Sicilia ai raggi X. Dopo anni di tagli la spesa sanitaria cresce ancora

A giudizio del Censis non è mai stato tanto difficile, come lo è oggi, interpretare la società italiana; e se a dirlo sono uomini (Giuseppe De Rita e Giuseppe Roma) che da alcuni decenni esercitano il difficile mestiere di «leggerci», c'è di che preoccuparsi. Lo sconforto dell'opinione pubblica si fonda, secondo il Censis, essenzialmente su tre convinzioni comuni. La prima è che l'Italia sia sull'orlo del baratro; la seconda è che i pericoli maggiori derivino dalla instabilità; la terza è che non ci sia una classe dirigente adeguata ad evitare il baratro ed a gestire l'instabilità.

Sfogliando le quasi seicento pagine del 47° rapporto Censis, non mancano spunti sulla società siciliana. Mettiamo da canto alcuni temi ricorrenti quali lo straripante numero di pensioni di invalidità, quasi che fossimo una sorta di «Cottolengo» galleggiante nel Mediterraneo e l'irrisolta, e per questo sempre più grave, situazione dei rifiuti. Con l'ottimismo della volontà c'è da augurarsi che questi problemi possano richiamare l'attenzione delle istituzioni che ci governano, e ci limitiamo quindi a riprendere l'analisi del Censis su due questioni che, oggi più di prima, appaiono di stringente attualità: la lotta alla corruzione e la spesa sanitaria. Il tema della lotta alla corruzione è stato già affrontato dagli ultimi due governi prima dell'attuale (Berlusconi e Monti) con una soluzione ancora poco visibile al grande pubblico, ma non per questo meno rivoluzionaria: rendere trasparente tutto a tutti.

Per cogliere la reale portata delle norme vigenti sulla trasparenza anticorruzione può essere utile qualche esempio. Da aprile 2013 è obbligatoria, in tutto il Paese ivi inclusa ovviamente la Sicilia, la pubblicazione on line degli incarichi amministrativi, degli incarichi dirigenziali nonchè delle consulenze, con il curriculum, i compensi relativi e la indicazione delle componenti variabili di reddito o legate alla valutazione del risultato.
È poi obbligatoria la pubblicazione on line della situazione del personale in servizio, con le competenze di ciascuno e la composizione del singolo ufficio, l'indicazione del dirigente, dei recapiti telefonici e di posta elettronica, la valutazione della performance, la distribuzione di premi, l'elenco degli eventuali incarichi conferiti a ciascun dipendente e la indicazione della durata e del compenso. Non si sottraggono agli obblighi di pubblicazione le sovvenzioni, i contributi, i sussidi e qualunque vantaggio economico a persone fisiche ed enti pubblici e privati. È obbligatoria la pubblicità on line dei rendiconti dei gruppi consiliari regionali e di quelli provinciali. Le pubbliche amministrazioni hanno poi l'obbligo di rendere noto attraverso i siti web il proprio patrimonio immobiliare nonché i canoni di locazione versati e/o ricevuti. Come per il passato è obbligatoria la pubblicazione dei bilanci pubblici, ma con una differenza non da poco: dovranno essere comprensibili a tutti ed illustrati con note e grafici.

Per gli incarichi di vertice, come ad esempio gli assessori regionali, è obbligatorio pubblicare entro tre mesi l'atto di nomina, il curriculum, i compensi a qualunque titolo erogati, le spese di missione, la situazione patrimoniale e reddituale inclusa quella del partner e dei parenti di secondo grado, l'assunzione di eventuali incarichi e la relativa retribuzione; questa pubblicazione in Sicilia è in parte già avvenuta. Si segnala infine l'obbligo di pubblicizzare qualunque pagamento a carico dell'amministrazione, con l'indicazione del beneficiario, del committente, dell'importo e della causale. Questi sono soltanto alcuni esempi, ma danno chiara la misura della rivoluzione in corso.

Insomma la corruzione è divenuta più facilmente prevenibile e, se necessario, più agevolmente perseguibile. I ritardi sono però vistosi; oggi, rivela il Censis, appena il 10% delle 21 mila amministrazioni pubbliche italiane ha provveduto a nominare il responsabile anticorruzione. La Sicilia, rientra in questo dieci per cento, ma resta comunque tra le regioni in maggiore ritardo, come dimostra la stessa indagine del Censis, quando segnala che manca ancora all'appello addirittura il 72% degli obblighi di comunicazione.
E veniamo al secondo punto dell'analisi del Censis meritevole di lettura in salsa siciliana: la sanità. Dopo anni di tagli e ticket, la sanità siciliana costa sempre di più, tanto che il prelievo fiscale su famiglie ed imprese non accenna a diminuire. Tra il 2008 ed il 2011 la spesa sanitaria è aumentata del 3,5% nella media italiana e del 5% in Sicilia. Perché? Il Censis non offre una risposta puntuale al quesito ma fornisce più di un indizio. Nel sistema sanitario regionale sopravvivono differenze incomprensibili; non è chiaro ad esempio perché la Sicilia debba avere il 10-12% in più di medici e pediatri convenzionati. Rispetto alla media italiana il Censis segnala una «eccedenza» di 520 medici di base e di 125 pediatri. L'altro arcano siciliano è la spesa farmaceutica.

Malgrado le indagini epidemiologiche dimostrino una minore diffusione nell'Isola di quelle patologie che comportano costi più elevati per la sanità, nessun altro italiano spende per i farmaci quanto un siciliano. Nel 2012, infatti, ogni siciliano ha speso 245,3 euro per l'acquisto di farmaci, mentre nel Trentino (Bolzano) la spesa si è attestata a 132,6 euro a testa. Tenuto conto che siamo cinque milioni di abitanti, questa differenza comporta per il contribuente siciliano un aggravio di 560 milioni di euro all'anno; basti pensare a questo proposito che il gettito delle addizionali Irpef nel 2011 è stato di 524 milioni di euro, per cogliere gli effetti distorcenti della spesa sanitaria e del connesso, maggiore prelievo fiscale.

Oggi la cronaca ci riporta un'altra perla: la polizza per assicurare la Regione dal rischio del risarcimento per danni sanitari. Scopriamo così che la stessa polizza fatta provincia per provincia sarebbe costata 75 milioni di euro, mentre fatta per l'intera Sicilia stava per costare 160 milioni di euro, in barba alle più elementari logiche di mercato. Come stupirsi poi se il Censis dichiara una crescente difficoltà a capire questo nostro Paese?

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