Milano, sit-in per il pm Di Matteo davanti all’aula bunker

MILANO. La ribalta, paradossalmente, è  toccata all'unico assente, il pm Nino Di Matteo che, d'accordo  con i colleghi della Procura di Palermo, ha scelto di non  partecipare all'udienza del processo sulla trattativa  Stato-mafia celebrata oggi nell'aula bunker di Milano.  Incerto fino all'ultimo momento, il sostituto procuratore,  vittima negli ultimi mesi di anonimi inquietanti e ripetute  minacce da parte del boss Totò Riina, ha deciso di restare a  Palermo. A spingere il magistrato a non seguire i colleghi nel  capoluogo lombardo per la tre giorni organizzata per l'esame del  testimone-imputato Giovanni Brusca sarebbero state le ultime  frasi intercettate del padrino di Corleone che, nei suoi lunghi  colloqui in carcere con un boss della Sacra Corona Unita,  avrebbe rievocato il '92, l'anno buio delle stragi mafiose  tornando a ribadire l'intenzione di eliminare il magistrato.        


Parole pesanti che sono state riferite anche al ministro  dell'Interno che domenica scorsa ha incontrato i procuratori di  Caltanissetta e Palermo Sergio Lari e Francesco Messineo. E  proprio Messineo, oggi, ha gettato acqua sul fuoco spiegando  l'assenza al processo di Di Matteo con «la necessità che i  magistrati sottoposti a tutela non siano troppo abitudinari.  Variare orari, itinerari ed evitare di ripetere comportamenti e  appuntamenti fissati da tempo sono ragionevoli forme di  protezione». «E poi - ha aggiunto il procuratore, che ha  smentito che a sconsigliare il sostituto di andare a Milano  fosse stato il Viminale - in udienza si sono presentati tre  magistrati che conoscono bene il processo. La presenza di Di  Matteo, in fondo non era indispensabile».    


A manifestare solidarietà al magistrato una piccola folla  che, nonostante il freddo gelido, ha organizzato un sit-in  davanti all'aula bunker. Pubblico anche all'interno, dove ha  deposto il pentito Giovanni Brusca che, nel dibattimento sul  patto stretto tra mafia e Stato ricopre la doppia veste di  imputato e testimone. Coperto dal solito paravento e circondato  da una decina di agenti del Gom, l'ex boss di San Giuseppe Jato  ha ripercorso la sua «carriera» criminale prima di affrontare i  temi caldi del processo. Come quello della riunione in cui Riina  comunicò la decisione di ammazzare tutti: politici colpevoli di  non avere garantito i clan, nemici di sempre come Giovanni  Falcone e Paolo Borsellino. Una lista lunga quella declamata dal  padrino di Corleone che comincia con l'eurodeputato Salvo Lima e  prosegue con Calogero Mannino, Carlo Vizzini, l'ex Guardasigilli  Claudio Martelli. Ciascuno per una ragione indicata dal boss  come vittima. Il primo a cadere è Lima. È quello il delitto  eccellente che inaugura la strategia stragista «perchè - spiega  Brusca - si vociferava delle aspirazioni di Andreotti alla  presidenza della Repubblica e noi sapevamo che con  quell'omicidio avremmo condizionato quella vicenda». Anche  l'eccidio di Capaci, secondo il collaboratore di giustizia, ebbe  la finalità di influire sulla nomina del Capo dello Stato. «Fu  accelerata per questo», spiega confermando, però, che Falcone  era il nemico numero uno di Riina che da tempo aveva deciso di  eliminarlo.    


Incalzato dall'aggiunto Vittorio Teresi che gli ricorda il  travagliato iter della sua collaborazione, il pentito confessa  di essere stato spinto a dire tutto quel che sapeva da un  incontro con la sorella del giudice Borsellino, Rita che gli  chiese di conoscere la verità sulla morte del magistrato. Poi è  la volta della storia del «papello». «Circa 20 giorni dopo  l'attentato a Giovanni Falcone, - racconta - Totò Riina mi disse  'si sono fatti sotto, mi hanno chiesto cosa vogliamo per finirla  e io gli ho consegnato un papello così. Era contentissimo. Non  mi disse a chi aveva dato il papello ma mi fece capire che alla  fine era andato a finire all'ex ministro Mancino». Ma  l'ultimatum del boss di Corleone sarebbe stato considerato  eccessivo dalla controparte e la trattativa si sarebbe  interrotta. Proprio per riprenderla Riina avrebbe deciso di  «dare un altro colpetto» con le stragi del '93. Brusca parla  anche del boss Bernardo Provenzano facendo capire che lo ritiene  responsabile di avere consegnato Riina allo Stato. Una versione  che conferma la tesi dei pm che vedono proprio nella cattura del  capomafia una delle concessioni fatte da Provenzano ai  carabinieri in nome della trattativa che poi gli garantì per  anni l'impunità. 

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