Sicilia, Editoriali

I tanti passi tra i cristalli

Berlusconi decade da senatore. Lascia il Parlamento e va in piazza. Lo scontro continua... Dalla stabilità delle larghe intese (Pdl e Pd più Scelta Civica di Monti) si passa alla incertezza delle intese più piccole (il Pd, un pezzo di Pdl ora Ncd, una Scelta Civica ormai in frantumi) con un’opposizione più larga (grillini, Sel, più Berlusconi). Difficile prevedere le cose del futuro. Riassumiamo quelle del passato più recente.
Si è all’epilogo di un conflitto che non ha visto contrapporsi la giustizia e il suo contrario. Quanto piuttosto modi politici di esercitarla.
L’alleanza tra Pd e Pdl era motivata dalla esigenza di una pacificazione. Ci si è mossi in senso contrario. La legge Severino, in virtù della quale il Parlamento ha deciso ieri la decadenza di Berlusconi, è stata approvata in una data successiva a quella in cui è stata commessa, secondo i giudici, la frode fiscale.
La Costituzione dice testualmente (articolo 25) che: «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». Si poteva per questo, come giuristi autorevolissimi suggerivano, chiedere parere alla Corte costituzionale. Non si è fatto. Poi, il voto di ieri si è svolto con scrutinio palese. Quando il regolamento del Senato prevede (articolo 113) che devono svolgersi a scrutinio segreto «le votazioni comunque riguardanti persone». Si è fatto il contrario. E ci si è esposti al rischio di prossime censure dell'Europa. Perché si è voluto procedere così? Si poteva concedere al Berlusconi condannato in tribunale ogni opportunità di difesa consentita in Parlamento. Del resto l'espulsione dal Senato era inevitabile, essendo prossima l'interdizione della Cassazione. Si è assistito invece ad una gara su chi arrivava prima nel brandire «lo scalpo del nemico» alle proprie folle plaudenti. La «vittoria» ottenuta potrebbe rivelarsi simile a quella di Pirro. Perché Berlusconi e il suo partito potranno risollevare l'arma del vittimismo. Tanto più che si mobilitano le piazze (si è «solo all'inizio») e già i sondaggi danno in vantaggio le forze del centrodestra.
Adesso, se Berlusconi passa, la questione della giustizia resta. Non a caso Matteo Renzi, favorito nella corsa a segretario del Pd, ha detto chiaro che una «gigantesca riforma» della giustizia è necessaria, qualificando Berlusconi un «pericolo elettorale» attuale per la sinistra. Ma la riforma, per essere «gigantesca», deve riguardare tre questioni cruciali. Ossia la ragionevole durata dei processi, l'equilibrio tra accusa e difesa, i rapporti di potere tra magistratura e politica. Questioni non più rinviabili. L'Europa ci censura ripetutamente perché i processi sono troppo lenti e perché i meccanismi di responsabilità del giudice sono troppo blandi. Quanto al rapporto tra poteri, le cose stanno come riassume bene Luciano Violante, nel suo libro "I Magistrati" quando afferma citando Bacon: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono. Il rapporto tra politica e giustizia resta ancora oggi difficile. Il trono ambisce a schiacciare i leoni. I leoni manifestano una certa propensione a sedersi sul trono». Non si può continuare così. Un riequilibrio è necessario. Ma riforme del genere non sono all'ordine del giorno.
Eludendo, o rinviando questa riforma, si perde peraltro l'occasione per valutare, sotto questo profilo, una sconfitta storica di Berlusconi. Disponendo di maggioranze parlamentari prive di precedenti, avrebbe potuto realizzare, nel sistema giudiziario, il grande cambiamento che diceva di volere e per la quale otteneva forti consensi tra gli italiani. Non ha saputo. O voluto. Preferendo il conflitto aperto con i magistrati di Milano a colpi di leggi ad personam.
Adesso la riforma della Giustizia è ineludibile, tanto più che il tema potrà infiammare le piazze. Ma si intreccia, in tempi durissimi, con altri fattori spinosi determinanti per la crescita e l'uscita dalla crisi sempre piu disperante con record crescenti di disoccupati, malgrado una pallida ripresa si intraveda. Il contesto è buio. Perché lo stato delle cose è sempre più in contrasto con le risposte che il Paese richiede. La questione economica è dominante. Ma non si risolve senza svolte profonde nella cultura della politica. La legge di stabilità, appena approvata, consente forse il galleggiamento (ancora ieri, però, la Bce definisce «incompleto il risanamento»). Ma lascia inalterati i vizi e non introduce significative sterzate. Restiamo il Paese dove lo Stato è onnivoro, la spesa pubblica esorbitante, il tasso di corruzione elevatissimo. L'impresa è schiacciata da una burocrazia pletorica quanto inefficente.
Diversamente da quel che Silvio Berlusconi aveva promesso, nel '94, il suo anno d'oro, i confini del mercato non si sono ampliati, quelli dello Stato non si sono ridimensionati. Mentre la cultura delle forze sociali insegue chimere antindustriali dove, talora o spesso, imprenditore e impresa sono anime nere e non invece una risorsa. Su queste mancate svolte si misura l'insuccesso del centrodestra, ma dalle svolte necessarie vediamo distante quando non refrattario il centrosinistra. Il Paese non cresce e non ci sarà più lavoro senza far crescere l'impresa privata. L'impresa cresce se si riducono visibilmente le tasse. E le tasse si riducono tagliando la spesa pubblica, colpendo sprechi e ruberie.
In questa direzione bisogna muovere. Con confronti chiari tra i contendenti che devono trovare la capacità di parlare al Paese. Ciascuno fermo nel sostenere le proprie ragioni in contrasto con quelle dell'altro, nella prospettiva di una verifica elettorale da stabilire nei tempi opportuni. Ma ciascuno sapendo di doversi muovere come tra i vasi instabili di una cristalleria. Un passo sbagliato può produrre rotture a catena assolutamente da evitare nell'interesse generale. Ognuno ha revisioni da fare. Le forze del centrosinistra, da Renzi a Vendola, non possono disconoscere forzature del sistema giudiziario, quando ci sono. Le forze del centrodestra, che sostengono Silvio Berlusconi, non possono tuonare contro complotti e colpi di Stato, quando non ci sono. I sindacati non devono chiedere soluzioni sociali quando le risorse pubbliche non lo consentono. Gli imprenditori non possono affidare solo alla politica scelte di investimento che competono a loro. Le banche devono compiere il massimo sforzo per mettere nelle mani delle buone industrie le risorse necessarie. Tutti devono sapere che le istituzioni sono come i palazzi malfermi.
Bisogna ristrutturare e riverniciare per renderli efficienti. Ma non serve a nulla farli crollare. Perché rotoleremmo tutti nelle macerie. Noi non sappiamo se il governo è da ieri più forte come il presidente del Consiglio pensa di credere (o di far credere), oppure più debole (come ritengono o sperano i suoi avversari). Sappiamo che ha il compito difficile, forse terribile, di saper combinare stabilità e riforme, dalle misure economiche a quelle istituzionali (cominciando da una legge elettorale che consenta di produrre maggioranze che governano). Si dice che in democrazia le situazioni difficili producono spesso uomini in grado di fronteggiarle. Vogliamo sperare che questo accada. Tentati come tutti dalla disperazione.
FONDI@GDS.IT

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