Sicilia, Editoriali

Occorre salvare il Paese, non i privilegi

Alcune agenzie di stampa  l’hanno presentato come un attacco del Presidente Letta al rigore voluto dall’Europa; in realtà la critica agli “ayatollah del rigore”, è soltanto una parte del ragionamento complessivo del Presidente del Consiglio, il quale, a chiare lettere,  ha voluto indicare anche l’altra faccia del problema; “sul fronte interno – ha detto Letta – troppi pensano che si possa continuare a fare deficit e debito”. E’ questo in estrema sintesi il dramma di chi ha la responsabilità di governare un Paese contrastato come l’Italia. Ognuno tira la coperta dalla propria parte e poco importa se scopre qualche altro.  In realtà, politiche a base di “rigore ed austerità” non fanno  felici nessuno; eppure la naturale ripulsa che alberga in ciascuno di noi non dovrebbe impedirci di distinguere tra “austerità buona” ed “austerità cattiva”. Pensiamo ad esempio al rigore applicato alla sanità. Come si può accettare a cuor leggero una politica di tagli che metta a repentaglio il bene più prezioso, quello della salute?   Ma, per altro verso,  possiamo ignorare la dissennata politica siciliana che ha fatto lievitare la spesa farmaceutica ai livelli delle più gravi pandemie? Possiamo tollerare che, dopo anni di rigore e con il prelievo fiscale al massimo,  in Sicilia si prescrivono ancora farmaci per rimediare agli effetti nefasti dell’eccesso di ….  prescrizione  di altri farmaci? Le cronache sono piene di queste perle. Eppure la sola idea di intervenire in sanità fa saltare i nervi a tutti. Occorre salvare il Paese, non salvaguardare i privilegi di qualcuno!  E si può fare tanto. Vediamola più da vicino questa spesa. Lo scorso anno l’intero sistema pubblico italiano ha sborsato circa 820 miliardi di euro. Sono serviti 170 miliardi di euro per pagare gli stipendi dei dipendenti statali, altri 250 miliardi per le pensioni, 90 miliardi per gli interessi sul debito pubblico, 120 miliardi per la sanità,  140 miliardi per beni e servizi ed altri 50 miliardi per le piccole spese …. Se non si vogliono toccare stipendi e pensioni (ma in altri paesi, come Spagna ed Irlanda, hanno fatto),  restano allora gli interessi sul debito, gli acquisti di beni e servizi, la sanità e le piccole spese. C’è dunque spazio per intervenire e mettere la museruola ad un debito pubblico ormai prossimo a 2.100 miliardi di euro.  Anche perché con questo debito, se non riduciamo la spesa, l’unica strada sarà ancora l’aumento delle tasse. Servono dunque tagli intelligenti e non spese stupide!  Certo tagliare equivale sempre a togliere qualcosa a qualcuno, ma se la Politica continuerà a trattare la questione con l’approccio “spendi e tassa” dovrà mettere in conto una reazione molto negativa dei mercati e non dimenticare che un solo punto, in più o in meno, di interessi sul debito ci costa o ci rende venti miliardi di euro all’anno. Basterebbe quindi un po’ di sana economia domestica o, in alternativa, fare precedere qualunque  ipotesi di spesa pubblica dalla puntuale indicazione dell’analogo ammontare di spesa da tagliare!  

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