Sicilia, Editoriali

Il meteorologo: "Queste tragedie non sono frutto dei cambiamenti climatici"

Luca Mercalli, presidente della Società italiana di meteorologia: in Italia ogni due-tre mesi accade la stessa cosa. Messina, ad esempio, è stata colpita più volte nel giro di poco tempo

PALERMO. Tregenda annunciata, amplificata sui media e nelle coscienze dai devastanti effetti che suonano a strage ed emergenza umanitaria, con i quasi venti morti e i 2.700 sfollati. Il ciclone e le alluvioni che hanno messo in ginocchio mezza Sardegna, dalla provincia di Oristano alla Gallura, e devastato la Barbagia, trova un Paese perennemente con la guardia bassa, pronto a stupirsi nell'emergenza e altrettanto lesto a dimenticare la prevenzione nel tempo infruttuoso della bonaccia, secondo Luca Mercalli, presidente della Società italiana di meteorologia e direttore della rivista specializzata «Nimbus» (www.nimbus.it).


IL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE FRANCO GABRIELLI HA SOTTOLINEATO LA VIOLENZA E LE DIMENSIONI DEL FENOMENO ATMOSFERICO: IN UN GIORNO E UNA NOTTE, HA DETTO, È PIOVUTO PIÙ CHE IN SEI MESI, SECONDO LE MEDIE RILEVATE NELLA SARDEGNA CENTRO-SETTENTRIONALE.
«La quantità delle precipitazioni non ha rilevanza, se non per le cronache dal fronte dell'emergenza fatte dai media e per i necessari interventi di soccorso e di solidarietà. E neppure l'intensità, in ultima analisi, è un fatto che debba destare stupore. Solo poche settimane fa a essere colpita fu la Maremma, la stessa isola sarda fu duramente battuta nel 2004, 2008 e 2009. Questi episodi sono prevedibili, non possiamo ogni volta prendercela con la casualità. Stavolta il nubifragio ha avuto effetti più tragici a causa del numero delle vittime, ma non si dimentichi che il maltempo miete vittime sempre o quasi, al verificarsi di emergenze alluvionali».


CRONACA DI UN DISASTRO GIÀ SCRITTO?
«L'evento meteorologico era prevedibile, sì. E previsto. Ci sono i bollettini, le allerte meteo: sulla giornata di domenica si sapeva perfettamente che c'erano gravi situazioni di rischio. A sorprendere, ma questo è fisiologico e ancora irrimediabile nel dettaglio, possono essere soltanto le zone esattamente colpite più duramente. Non può prevedersi quale cantina verrà allagata prima o di più, ma la macchina della protezione civile, come in tutti i casi analoghi, può e deve mettersi in moto prima».

PREVISIONE SENZA PREVENZIONE, INSOMMA. COME SE LE FILIPPINE O L'AMERICA DEI TORNADO FOSSERO TANTO LONTANE DA NON DOVERSI PORRE ANALOGHE PRIORITÀ?
«Parliamoci chiaro: in Italia il vero problema, al di là della terribile risonanza che sta avendo questo episodio rispetto ad altri per i costi umani superiori, è che la popolazione non è né abituata né istruita a rispondere alle allerte o tantomeno a reagire prontamente all'alluvione. Eppure il nostro Paese non è nuovo, né mai lo sarà, a eventi critici sul piano meteorologico prima, idrogeologico subito dopo. La casistica è frequentissima, senza distinzioni da nord a sud, viene registrato un evento simile in Italia ogni due-tre mesi. In Sicilia, per esempio, Messina è stata colpita l'ultima volta soltanto nell'ottobre dell'anno scorso. E nel 2009, a Giampilieri, sappiamo tutti cosa è successo. E sui giornali di allora, lo stesso dolore, le stesse considerazioni, le stesse promesse».

IL DISSESTO IDROGEOLOGICO E URBANISTICO: VERO COLPEVOLE?
«Non c'è dubbio che molto è stato fatto per rovinare il nostro Paese sul piano paesaggistico e idrogeologico, nell'ultimo secolo. Il dissesto incide sugli effetti, certo, ma concretamente non possiamo demolire l'Italia intera. Insieme con politiche di infrastrutturazione sbagliate, le cause delle tragedie vanno ricercate nella mancanza totale di formazione per la protezione civile. I piani di evacuazione tempestiva salvano vite. Cosa aspettiamo a insegnarlo nelle scuole, a divulgarlo sui media, a farlo tramite campagne governative di addestramento e simulazione mentre batte il sole, invece di aspettare i nubifragi? Forse fa meno notizia, ma il punto è quello. Non è difficile prendere spunto da norme di comportamento già codificate e sperimentate in Usa, Giappone e altri Paesi, e semplicemente copiarle. Ma pare che l'italiano preferisca toccare il corno, per non dir altro, e affidarsi alla sorte. Convinciamoci: viviamo in un territorio ad alto rischio».

CI SONO AREE PIÙ INDIZIATE DI ALTRE?
«No, da nord a sud il discorso non cambia. L'ottanta per cento dei comuni italiani, che sono circa seimila, è a rischio frane e alluvioni. Basta guardare i disastri degli ultimi dieci anni per rendersene conto, in un Paese che negli ultimi cento anni ha vissuto un'urbanizzazione straordinaria. Non sono in grado di dire se nel medio termine c'è un trend di incrudimento dei fenomeni, quanto a violenza, ma sulla costanza sono certo. E la costanza riguarda gli effetti. Sono quelli, i problemi da limitare. Qui le previsioni possono solo avvisare, se si trattasse solo della pioggia i problemi sarebbero molto minori. Ma è l'influenza delle condizioni del territorio, il nemico da arginare prima».

INCIDONO, E QUANTO, I CAMBIAMENTI CLIMATICI IN CORSO?
«Le alterazioni del clima sono indubbie, però sono rilevabili con certezza soltanto sulla temperatura. Quindi no, rappresentano un fattore secondario. Il fatto che tifoni e uragani rievochino atmosfere tropicali è senza rilievo. A noi devono interessare gli effetti, e in questo l'Italia non ha bisogno, purtroppo, di esempi lontani».

PREVISIONI PER L'INVERNO CHE ARRIVA A SINGHIOZZO, SOPRATTUTTO IN SICILIA?
«Anche qui, è il caso di sgombrare il campo da molti equivoci. Chi fa previsioni a lungo termine è semplicemente un ciarlatano: non sono ancora possibili, sebbene stiamo sperimentando, in seno alle Società meteorologiche italiana ed europea, sistemi di previsione plurisettimanali. A oggi, la previsione esatta o quasi, è limitata a un lasso di cinque, massimo otto giorni. Se sapessi oggi come andrà l'inverno, saprei dove prenotare la settimana bianca o quanto pagherò per il gas quest'anno. Ma sfido chiunque a sostenere che non sia sufficiente ad approntare piani di prevenzione e soccorso, salvando tante vite e limitando i danni. E pensare che basterebbe, per iniziare, approntare e diffondere un semplicissimo "manuale d'uso" per le alluvioni: comportamenti individuali e istituzionali concreti e semplici. Questi sì, prevedibili».

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