Il Cav stretto tra falchi e colombe

 
Chi conosce Berlusconi sa che soltanto nell'ultimo secondo dell'ultimo minuto utile prima del Consiglio nazionale di domani prenderà le sue decisioni. Lui è un mediatore nato e l'idea di vedere la sua creatura dividersi in due (come se Salomone avesse completato il sacrificio del figlio conteso) lo angoscia non poco. È vero che in cuor suo considera Angelino Alfano un «traditore» per il voto di fiducia del 2 ottobre, ma non ha smesso di volergli bene (autenticamente ricambiato) e l'idea di vederlo staccarsi da sé non gli fa piacere. Il paradosso è che Berlusconi e Alfano potrebbero restare nello stesso partito con un qualche accomodamento, insieme con lo sparutissimo gruppo dei mediatori (Romani, Gasparri, Matteoli), mentre nessun falco può convivere con nessuna colomba e viceversa.

Vedere ancora insieme un Verdini e un Quagliariello, un Cicchitto e un Bondi, una Gelmini e una Lorenzin è ormai roba da film di fantascienza. E questo mostra l'immaturità della nuova classe politica rispetto a quella della Prima Repubblica. Nella Democrazia Cristiana le correnti erano sì spregiudicati centri di potere, ma anche luoghi di arricchimento ideale. La Dc ha vinto le elezioni dalla fondazione all'estinzione per mano di Tangentopoli perché Scelba sapeva convivere con La Pira, Fanfani con Moro, Zaccagnini con Donat Cattin, Andreotti con tutti. Spesso si odiavano, ma sapevano alla fine costruire un progetto comune. Oggi gli ideali si sono persi per strada e fermiamoci qui per carità di patria.

Il problema di una distribuzione del potere interno tuttavia esiste. Alfano ha ragione quando dice di non voler entrare in un partito dove si troverebbe ostaggio di Verdini. L'idea del doppio coordinatore (Bondi per i lealisti, Lupi per gli innovatori) è perciò ragionevole. Ma c'è il problema dei ministri, per definizione tutti governativi. E questo fa impazzire l'invidia e di rabbia i lealisti. Da parte lealista si è vagheggiato perciò un rimpasto di governo. Ma questo è impossibile per tre ragioni.
1. La strenua resistenza degli interessati
2. L'assoluta indisponibilità del presidente del Consiglio.
3. I ministri del PdL stanno lavorando bene.

Il punto decisivo è il secondo. Letta non vuole staccare nemmeno il bottone della giacca di un commesso di Palazzo Chigi per timore che gli venga giù il palazzo. Figuriamoci che cosa accadrebbe anche nel Pd se si desse la stura a un rimpasto. Soltanto nel caso delle spontanee dimissioni di un ministro importante (come aveva ventilato la Cancellieri) sarebbe possibile qualche spostamento, contravvenendo al principio ispiratore del governo in cui nessun ministro (con l'eccezione del presidente del Consiglio e del suo vice) doveva esserlo stato in governi precedenti. Si aggiunga un elemento psicologico decisivo in Berlusconi. Lui non ha mai accettato l'accelerazione (tecnicamente inutile, politicamente significativa) imposta dal Pd alla sua decadenza.

Personalmente credo che se si dimettesse, farebbe un gesto mediaticamente e politicamente molto importante e nessun pubblico ministero oserebbe toccarlo con una richiesta di arresto. Ma nuove promesse (forse improbabili quanto le precedenti) lo inducono a temporeggiare. Perciò è possibile che sabato Berlusconi faccia un discorso, come usa dire, alto e nobile, fondando il nuovo partito senza assegnare incarichi e incassando una solidarietà generalizzata che gli consenta di affrontare la decadenza con i figli uniti in difesa del padre.

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