Napolitano alla Corte di Palermo: "Disponibile, ma ci sono limiti di conoscenza"

ROMA. Giorgio Napolitano è pronto a testimoniare a Palermo nell'ambito del procedimento sulla trattativa Stato-Mafia. I 'palettì, precisi e posti dalla Corte d'Assise di Palermo al momento della decisione lo scorso 17 ottobre, sono stati ribaditi da un comunicato del Quirinale. La testimonianza sarà limitata entro il quadro definito dalla Corte costituzionale nella sentenza con cui aveva accolto il ricorso del presidente della Repubblica per la distruzione immediata delle intercettazioni delle sue conversazioni telefoniche con Nicola Mancino.  Di quelle registrazioni, che sono state poi effettivamente distrutte, non si parlerà dunque nel processo. I giudici a suo tempo hanno ammesso la deposizione «nei soli limiti delle conoscenze del teste che potrebbero esulare dalle funzioni presidenziali e dalla riservatezza». Napolitano potrà rispondere anche sulle sue conoscenze anteriori alla sua elezione alla presidenza della Repubblica.  Ma già stasera, rendendo nota la sua disponibilità, il capo dello Stato ha fatto sapere che le sue conoscenze sono limitate. Napolitano ha indirizzato una lettera al Presidente della Corte d'Assise di Palermo con la quale ha sottolineato che sarebbe ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all'accertamento della verità processuale, indipendentemente dalle riserve sulla costituzionalità dell'art. 205, comma 1, del codice di procedura penale espresse dai suoi predecessori. Il Presidente ha nello stesso tempo esposto alla Corte i limiti delle sue reali conoscenze in relazione al capitolo di prova testimoniale ammesso.  Come si svolgerà la deposizione del capo dello Stato, la prima di un presidente in carica nella storia della Repubblica, è ancora presto per dirlo. Di sicuro c'è che, come prevede la  legge,Napolitano sarà sentito al Quirinale. Molto più incerti  sono invece i contorni della testimonianza, «stretta» tra i confini tracciati dalla sentenza della Consulta che, accogliendo il ricorso del Colle sul conflitto di attribuzioni con i pm di Palermo, ha interpretato estensivamente la tutela della riservatezza delle sue comunicazioni. La Procura vorrebbe interrogare, infatti, Napolitano sulle  «preoccupazioni espresse dal suo consigliere giuridico Loris  D'Ambrosio» in una lettera inviatagli il 18 giugno del 2012. Amareggiato dai veleni seguiti alla pubblicazione delle sue  telefonate con l'ex ministro Nicola Mancino, intercettato  nell'inchiesta sulla trattativa, D'Ambrosio presentò le sue  dimissioni a Napolitano con un'accorata missiva in cui negava di avere esercitato pressioni sulla gestione delle indagini. Uno  sfogo in cui a un certo punto compare la frase che interessa i  pm: «lei sa - scrisse D'Ambrosio a Napolitano - che (il  riferimento è a suoi precedenti scritti) non ho esitato a fare  cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e mi  fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi, quasi preso dal timore di essere stato allora considerato solo  un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per  indicibili accordi». Parole apparentemente sibilline che si  comprendono solo alla luce di quanto D'Ambrosio diceva a  Mancino, nelle telefonate, sul periodo relativo alla nomina di  Francesco Di Maggio, personaggio chiave nella trattativa secondo i pm, a numero due del Dap all'epoca. Questo, in astratto l'oggetto della testimonianza, che, dicono i giudici anche ricordando la sentenza della Consulta, può essere ammessa solo sulle cose che il teste abbia appreso fuori dalle funzioni presidenziali o prima di essere nominato Capo dello Stato. Una precisazione che, è evidente, circoscrive l'ambito di azione dei pm e che il capo dello Stato ha rimarcato.

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