E poi si parla di lavoro Sprecate tante risorse

Il Comune di Palermo ha rifiutato formalmente per iscritto l’offerta della Regione Siciliana volta ad impiegare nelle stesse strutture comunali ottocento lavoratori precari ex Pip che da alcuni mesi vengono pagati senza una contestuale controprestazione lavorativa, probabilmente preoccupati, dalle parti di Palazzo delle Aquile, che un eventuale «ritorno a casa» possa precostituire onerose aspettative.


La Confartigianato ieri ha denunciato pubblicamente l’impossibilità di coprire numerosi posti di lavoro per mancanza dei corrispondenti profili professionali; è un caso eclatante, l’ulteriore, di incapacità ad incrociare l’offerta e la domanda di lavoro nella nostra regione.
Sullo sfondo di questi due, più recenti, fatti di cronaca giace la Sicilia, prima fra tutte le regioni italiane per tasso di disoccupazione, «grazie» ai suoi 670 mila residenti senza lavoro. Siamo all’ennesimo passaggio di una sceneggiatura che non lascia spazio ad alcuna prospettiva reale; né per chi è senza lavoro e senza stipendio, né per chi ha uno stipendio ma paradossalmente non ha un lavoro. Eppure è questa la Regione che spende ogni anno più di 300 milioni di euro per la formazione (malgrado il mercato non trovi mai quello che cerca) o per gli sportelli multifunzionali (che, senza successo, sono chiamati a mettere in relazione tra loro chi offre e chi cerca un lavoro). Insomma un monumento all’errore ed all’orrore! Nei giorni scorsi il senatore Pietro Ichino ha avanzato al Parlamento nazionale un ordine del giorno, poi accolto dalla maggioranza, che impegna il Governo a promuovere l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Un percorso di grandi possibilità e prospettive. In molti sono, infatti, intimamente convinti che il mercato del lavoro sia come un gigantesco bacino d’acqua senza affluenti, che si asciuga progressivamente, privo della capacità di rigenerarsi. Niente di più sbagliato; nulla di più fuorviante.


Il mercato del lavoro, come dimostrano le informazioni diffuse dal ministero competente, è in continuo movimento. Dalla rilevazione ministeriale emerge infatti un fenomeno impressionante: nel 2012 sono stati avviati a lavoro in tutto il Paese 10,2 milioni di persone tra tempo indeterminato, tempo determinato, apprendistato, collaborazioni continuative, etc. Considerati i saldi finali, evidentemente un numero del tutto analogo di persone ha perso il lavoro o se lo è visto rinnovare. E non si può neanche dubitare della veridicità dei dati forniti, dal momento che sono ricavati dalle comunicazioni obbligatorie dei datori di lavoro. In ogni caso si dimostra, in maniera inequivocabile, che il mercato del lavoro è come una gigantesca porta girevole, dalla quale transitano ogni anno milioni di italiani (e stranieri), con il rischio concreto però che tanti imbocchino la porta sbagliata che non conduce da nessuna parte; sono quelli che chiedono un lavoro e quelli che un lavoro lo offrono, senza mai incontrarsi. E sono davvero tanti.


Una indagine fatta da Eurostat ha fatto emergere che lo scorso anno in Italia sono mancati all’appello 46 mila laureati in ingegneria, nel comparto economico-statistico, nel medico sanitario e nel giuridico, mentre si è registrato un eccesso di 48 mila laureati nelle materie letterarie, politico sociale, nel linguistico, in architettura, etc. Nel 2102 sono stati occupati nel Mezzogiorno 3,7 milioni di persone; non è noto il dato riferito alla Sicilia. Ma nella Regione non risulta che siano state attivate politiche del lavoro, idonee ad incrociare offerta e domanda. E ciò malgrado l’ampia distruzione di risorse pubbliche per la formazione che le cronache recenti mostrano indirizzate verso ben altre destinazioni, senza che le forze politiche abbiano saputo prevenire l’uso distorcente che se ne è fatto, quando addirittura non se ne sono fatte esse stesse interessati gestori. Senza enfasi il lavoro è un diritto irrinunciabile, anche per chi uno stipendio ce l’ha. Ma le tante risorse finanziarie di cui la Sicilia, malgrado tutti i tagli, continua a disporre, fanno una gran fatica ad indirizzarsi verso l’attivazione di condizioni idonee all’investimento privato e pubblico e, conseguentemente, all’occupazione. Parliamo del lavoro vero, non certo del presidio di una meschina busta paga.

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