Allarme disoccupazione, un siciliano su tre è senza lavoro

La successione continua di coup de théâtre lascia pochi spazi per quella che dovrebbe essere la preoccupazione principe della politica italiana, la mancanza di lavoro; questione tanto più gravosa quanto più ci si sposta dal nord al sud del nostro Paese. Nel giugno scorso l'Italia ha sottoscritto un impegno formale con l'Europa, obbligandosi in via prioritaria a ridurre il prelievo fiscale sul costo del lavoro, a detassare in un secondo tempo i consumi e ad occuparsi da ultimo della riduzione del prelievo fiscale sui patrimoni; insomma la ricetta europea scommette tutto sul rilancio del lavoro.
Ora non occorrono sofisticate analisi per realizzare come l'Italia (con le iniziative su Imu, Tares, Iva e costo del lavoro) si stia muovendo nella direzione diametralmente opposta, anche agitando la clava della crisi. Ed il lavoro resta così il «calimero» della politica economica, mentre non si può più ignorare che rappresenta invece la madre di tutti i problemi. È per queste considerazioni che la Direzione di questo Giornale ha deciso di riservare un'attenzione crescente ad un problema, la mancanza di lavoro appunto, che troppo facilmente in Sicilia viene archiviato come ineluttabile o peggio viene brandito a sostegno di scelte ispirate da familismo e clientele. Per coglierne la dimensione reale bisogna bussare alla porta dell'istituto nazionale di statistica; questo, in accordo con gli omologhi istituti europei, proprio di recente, ha deciso di «correggere» il tasso di disoccupazione. Per anni infatti le modalità di calcolo hanno ignorato che il mondo del lavoro non è fatto solo di bianco e nero (occupati e disoccupati) ma caratterizzato da una gamma assai ampia di grigi (inattivi che non cercano lavoro, cassintegrati contabilizzati tra gli occupati, precari, lavoratori a part time per obbligo e non per scelta, etc). Il dato corretto non ha soltanto risvolti statistici ma impatta, in quanto la misura con maggiore realismo, sulla quotidianità delle famiglie. Il perché è presto detto. Mentre il tasso «storico» ci assegnava un pesante 18,6% di disoccupazione, ponendo l'Isola al vertice della graduatoria in negativo tra le regioni italiane, il tasso «corretto» aggiudica alla Sicilia un penalizzante 32,8% di disoccupati, dilatando ulteriormente il divario con la parte più sviluppata del Paese, ma persino con il mezzogiorno e con la media nazionale. Per non appesantire la lettura con troppi numeri, ci limitiamo a rilevare che con il tasso storico di disoccupazione, il divario tra Sicilia ed Italia era di 7,9 punti e con il tasso corretto lievita a 12,5 punti percentuali; mentre con il tasso storico i disoccupati risultavano in Sicilia 319 mila, con quello corretto diventano 670 mila. È come se la città di Palermo con tutti i suoi abitanti, dai neonati ai centenari, fosse alla ricerca di una occupazione.
In stretto collegamento con il mercato del lavoro, si muove lo scenario demografico che misura la consistenza e la struttura della popolazione. E non mancano le sorprese. Nell'intervallo tra gli ultimi due censimenti, e quindi in appena dieci anni, i siciliani in età di lavoro sono diminuiti a causa dell'emigrazione di circa 210 mila unità, mentre gli over 65 sono aumentati di 90 mila unità, per tacere che il numero dei decessi in Sicilia supera ormai stabilmente quello delle nascite. Ed una società che perde forze lavoro, che vede diminuire i giovani ed aumentare gli anziani, è una società con poche prospettive. Anche perché la risposta ricorrente della politica siciliana è stata quella di negare i servizi di assistenza agli anziani, di lasciare tante madri a risolversi da sole il problema della mancanza di asili e cancellare persino la speranza per i tanti in cerca di lavoro, destinando invece ogni euro, ogni risorsa a salvaguardare un bacino di falsi occupati, costoso, clientelare ed improduttivo. Persino gli immigrati restano stritolati in questo perverso meccanismo, sicchè ogni mille abitanti nel nostro Paese ci sono 70 stranieri residenti, mentre in Sicilia sono appena 25. Ci sono ancora due aspetti del mercato del lavoro che meritano un breve approfondimento.
Intanto va detto che la crisi non colpisce tutti i settori economici in maniera indifferenziata. L'industria in senso stretto infatti ha perso nell'ultimo anno sei mila posti di lavoro, mentre l'edilizia ha subìto un tracollo con quasi 12 mila occupati in meno. E se la crisi e le restrizioni creditizie tengono le famiglie lontane dalla compravendita di case, sull'altro fronte, quello delle opere pubbliche, l'insipienza di chi ci ha amministrato ha lasciato congelati nei cassetti imponenti flussi finanziari - prima fra tutti quelli europei - sprecando così una duplice, preziosa opportunità: infrastrutturare il territorio siciliano che per strade, acquedotti e fognature ristagna in una condizione di forte arretramento, ed alimentare il mercato del lavoro con una robusta offerta di occupazione in edilizia. È stato il terziario, la vasta nebulosa dei servizi pubblici e privati, a segnare la maggiore perdita di posti di lavoro (-21 mila), e non si può neanche dire che sia andata troppo male per un settore che da solo dà lavoro a tre quarti degli occupati in Sicilia (oltre un milione). E veniamo infine al più fragile segmento del mercato del lavoro nell'Isola. Sono i giovani. Particolarmente significativa risulta infatti la caduta occupazionale tra i siciliani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, ma a preoccupare di più sono i segnali di disagio che provengono dai giovani esclusi dal circuito formazione-lavoro, i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training). In particolare, in Sicilia la quota dei NEET risulta pari al 35,7% (Censis) e comprende in buona parte giovani con titolo di studio superiore (diploma, laurea, dottorato). Il dato - che supera il valore del 36% se si considera la sola componente femminile - è allarmante e concorre a definire un quadro economico ed occupazionale tra i più deboli del Paese. Questi giovani estranei al lavoro ed allo studio, e quindi con evidenti difficoltà di immissione in attività di studio o di lavoro, dovrebbero rappresentare la fascia-obiettivo per gli interventi di formazione ed apprendistato; ma in Sicilia, si sa, la formazione persegue altri…

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