Se siamo gli ultimi

La Ue dice che siamo ultimi nella classifica europea della competitività. Ultimi insieme alla Finlandia. Anche così, probabilmente, si spiega come mai Helsinki abbia perso Nokia venduta a Microsoft e noi Telecom ceduta agli spagnoli. Come stupirsi? Dalle classifiche continentali risulta che Madrid ha sorpassato Roma. Siamo un Paese ingessato che sta smantellando il suo apparato industriale e non riesce più ad attrarre nuovi investimenti. Fra le cause del declino l'Unione europea ha inserito anche il penoso stato della giustizia.
Non a caso ha aperto una procedura nei confronti dell'Italia. Sostiene che nel nostro ordinamento ci sono troppe tutele per i giudici (la loro responsabilità civile va adeguata a quella esistente in altri paesi) e troppo poche per gli imputati. La giustizia civile è lenta: processi che durano molti anni finiscono per diventare una burla. La tentazione di non rispettare i contratti diventa molto forte. Tanto prima che vengano accertate le responsabilità possono anche passare molti anni. Fare affari in queste condizioni diventa esercizio ad alto rischio.
Manca la certezza del diritto. Le sentenze (soprattutto in Cassazione) sono troppo spesso contraddittorie e l'obbligatorietà dell'azione penale è l'alibi per gli abusi. Serve una riforma della giustizia, sostiene Bruxelles, per renderla più rapida ed efficiente: nell'era digitale la carta resta, nei tribunali, l'unica piattaforma accettata. C'è tutto da rifare.
In Italia, però, quello sulla giustizia è un dibattito cieco. Chi lo propone è amico di Berlusconi. Chi si oppone è un'anima bella che difende i principi incrollabili della Costituzione. Due mondi che non provano nemmeno a dialogare. Il primo a farne le spese è il semplice cittadino. Una figura irrilevante agli occhi dei due schieramenti che si fronteggiano armati. E invece è l'unico soggetto cui bisogna guardare.

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