Due scenari per l’uscita del cavaliere

Occasione irripetibile per disfarsi del barbaro che negli ultimi vent’anni per tre volte ha conquistato Roma, una sola è stato respinto e per altre due ha costretto il Senato a scendere a patti con lui. Invitto sul campo, egli è caduto in una trappola e ora la sua sorte è segnata. («Game over», direbbero i moderni). Nella tribuna d’onore siede un imperatore imperscrutabile. Può sollevare il pollice verso l’alto o ripiegarlo verso il basso. Ma è immobile. Attende che il barbaro s’inchini, ma la clemenza sarebbe comunque parziale e non risolutiva. Dunque?
Usciamo dalla metafora. Capitolo primo. Essere. Berlusconi è tentato di tirare la corda fino all’ultimo istante utile per testare la pervicacia del Pd, pressato (minacciato) da una base in rivolta che al Cavaliere vuole concedere meno di nulla. Serve? Non serve. Prima del voto, dunque, decide di dimettersi da senatore con un discorso alto e nobile: sono vittima di una sentenza ingiusta, ringrazio il mio partito e miei elettori per il sostegno che hanno voluto darmi finora. Sono e resterò il loro leader, ma per risparmiare al Paese (e a me stesso) questo inutile strazio, lascio spontaneamente il seggio da senatore (che comunque perderei in autunno quando la Corte d’appello di Milano e immediatamente dopo la Cassazione sanciranno le modalità della mia interdizione e quindi la decadenza. È vero che riuscimmo a conservare il seggio al mio amico Cesare Previti per 14 mesi dopo la condanna definitiva, ma a me non lascerebbero nemmeno 14 minuti). A quel punto, apprezzando il gesto, il capo dello Stato potrebbe autonomamente commutare la pena da detentiva in pecuniaria e restituire al Cavaliere la libertà politica, senza comunque alcuna possibilità di candidarsi.
Capitolo secondo. Non essere. Berlusconi viene dichiarato decaduto dalla giunta (all’inizio della settimana prossima) e poi dall’aula (all’inizio di ottobre). Non chiede la grazia, va a testa alta ai servizi sociali e ogni giorno il suo percorso diventa uno show mediatico. La variabile è che si dimetta e che comunque non chieda la grazia, che in ogni caso gli darebbe vantaggi limitatissimi, non venendo estesa alla pena accessoria dell’interdizione e non potendo quasi certamente coprire anche i tre anni dell’indulto. In questo modo il Cavaliere uscirebbe a testa alta dalla vicenda, gratificando il suo elettorato dinanzi al quale si presenterebbe come vittima che non cede.
Comunque vadano le cose, Berlusconi teme che appena perduta l’immunità parlamentare un qualunque procuratore possa chiederne di nuovo l’arresto per le inchieste ancora a suo carico che si moltiplicano come metastasi tra Napoli e Milano. Questo è possibile, ma non gioverebbe né alle inchieste né all’immagine della magistratura. L’età (77 anni) e le pressioni (a quel punto anche dal Quirinale) lo porterebbero ai domiciliari e davvero davanti a Villa San Martino di Arcore le processioni sarebbero più lunghe di quelle di Lourdes.
Resta sullo sfondo il problema più rilevante per l’Italia. Il governo Letta che fine fa? Va avanti. Tutto è possibile, naturalmente, ma il vostro cronista non crede che Berlusconi faccia la sciocchezza di farlo cadere. Le elezioni a breve non esistono, Napolitano non scioglie le Camere prima di una nuova legge elettorale e se gli vola la mosca al naso si dimette facendo eleggere un presidente certo non amico di Berlusconi. Che in ogni caso vedrebbe i suoi uomini al governo sostituiti da persone certamente meno amiche, se non apertamente nemiche. A che pro?

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