Governo, serve un duplice patto

Vancouver. Vista da uno dei paesi più ricchi e avanzati, l'Italia sembra davvero un altro mondo. Nel parco nazionale di Jasper, stato di Alberta, un imprenditore torinese paga il 5 per cento di Iva, il venti per cento di imposte sulla società, con un altro dieci può incamerare personalmente i primi 90mila dollari di utile e finanzia la sua azienda al tasso del 4.2 per cento. L'Eni sta facendo grossi investimenti e c'è la corsa dei giovani ingegneri italiani a venire. Qui a Vancouver, stato della British Columbia, un imprenditore romano spende 130 dollari per ogni 100 dollari di salario netto ai suoi dipendenti, paga imposte del 18 per cento sulla società e imposte personali con un tetto del 33. E da noi che succede?
Fare una crisi di governo appena si accenna un refolo di ripresa è da pazzi. Non farla nelle condizioni date sembra quasi impossibile. Dunque? Dunque occorre un duplice patto, con un avvertimento. La classe politica più giovane, soprattutto a sinistra, è vittima dei social network. Durante l'elezione del presidente della Repubblica un'ondata di tweet è stata sufficiente a mandare in aria la candidatura di Franco Marini che ha trascinato nel baratro anche quella di Romano Prodi. Perciò,o si ha il coraggio di prendere decisioni autonome dagli smart phone o la politica è morta. E veniamo al primo patto. I dubbi sulla applicabilità retroattiva della legge Severino non sono stravaganze: se l'incandidabilità di chi è già membro di una Camera è una sanzione amministrativa,si applica comunque quello che viene definito il «principio di legalità», cioè nessuno può essere punito per una legge successiva alla violazione commessa. Se invece è solo una condizione per poter continuare a ricoprire l'incarico, dovrebbe intervenire il buon senso. Poniamo che con un provvedimento amministrativo da domani l'altezza richiesta per fare il soldato sia elevata a un metro e settantacinque. È immaginabile che decadano tutti quelli di altezza inferiore assunti in precedenza? Ci sono quindi margini di discussione.(L'applicazione della legge non è in ogni caso automatica, visto che rinvia all'articolo 66 della Costituzione secondo cui la Camera di appartenenza «giudica» delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità e quindi potrebbe sollevare la questione davanti alla Corte).
D'altra parte,a chi vuole colpire Berlusconi non conviene agitarsi più di tanto, visto che quando la Corte d'Appello di Milano e poi la Cassazione avranno ridefinito la misura dell'interdizione di qui a qualche mese (magari con la corsia «preferenziale» adottata per il Cavaliere), il seggio senatoriale sarà comunque perduto. Perciò non ha senso parlare oggi di mancato rispetto della sentenza. Il secondo patto è più delicato e riguarda il rapporto tra il Capo dello Stato e il leader del centrodestra. La grazia può essere un atto autonomo e nel nostro caso ha senso soltanto se si estende anche alle pene accessorie. In questo caso Berlusconi verrebbe mondato delle sue colpe (in attesa del processo Ruby che potrebbe vanificare ogni clemenza precedente). Può il capo dello Stato muoversi in questo senso senza alcuna disponibilità da parte del condannato? È molto improbabile.
Per sollecitare una decisione così impegnativa e per recuperare la sua piena agibilità politica, Berlusconi può offrire una sola contropartita: rinunciare spontaneamente al seggio senatoriale dimettendosi. È vero che senza lo scudo dell'immunità all'arresto, Berlusconi può essere sbattuto in prigione da uno dei tanti giudici che desiderano farlo. Ma dubitiamo che questo accada: sarebbe uno schiaffo al Capo dello Stato e soprattutto garantirebbe al centrodestra una vittoria elettorale a tavolino. Avranno Napolitano e Berlusconi il coraggio di fare simultaneamente un passo così forte? Il tempo delle promesse è finito. Visto l'iter giudiziario degli ultimi anni e l'orientamento della Corte costituzionale nei suoi confronti, Berlusconi ha titolo per diffidarne e convincersi solo con una prova concreta alla San Tommaso. Ma se si vuole salvare il governo e la gracilissima ripresa di un paese ancora troppo debole rispetto al resto del mondo, è arrivato il momento dello scambio di prigionieri al Check Point Charlie, come accadeva a Berlino durante la guerra fredda.

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