Formazione, per non ripetere gli scandali

Ora finalmente abbiamo i dati ufficiali sul buco della formazione in Sicilia. Niente che, in qualche modo, non fosse già noto. Non per questo la lettura dei numeri lascia meno sbigottiti. A cominciare dalla considerazione che, con tutta probabilità, i trentasettemila corsisti che hanno frequentato la scuola l'anno scorso sono destinati a restare disoccupati. Un po' perché in Sicilia non c'è un apparato produttivo tanto robusto da assorbire giovani in cerca di lavoro sia, ma soprattutto, perché le imprese siciliane non hanno bisogno delle figure professionali che escono dai corsi regionali. Un esempio simbolico è quello di estetisti, parrucchieri, tecnici delle unghia. Confartigianato sostiene che in Sicilia operano 1.700 centri per la cura del corpo, con un totale di circa 3.400 dipendenti. Quali sbocchi troveranno i 1.500 estetisti formati dai corsi nell'ultimo anno? Insomma un fallimento. Gigantesco e costoso visto che la spesa per la formazione ammonta a 300 milioni l'anno. Un bilancio agghiacciante considerando che negli ultimi dieci anni la Regione ha speso quattro miliardi. Un fiume di risorse buttate via. Fossero state destinate al sostegno delle imprese i frutti sarebbero stati immensamente maggiori. Probabilmente oggi la Sicilia sarebbe dotata di un apparato produttivo robusto con migliaia di posti di lavoro. Invece l'unica occupazione è rappresenta dagli addetti alla formazione (ottomila persone) cui l'anno scorso si sono aggiunti cinquemila docenti.
Insomma, i corsi sono serviti ad alimentare se stessi. Un gigantesco meccanismo auto-referenziale privo di agganci con la realtà. Mai nessuno che si occupasse di controllare le reali esigenze del sistema produttivo. Tanto meno la vigilanza per capire quanti dei ragazzi trovavano davvero lavoro. Vuoto a perdere. Tanto, come ben sappiamo, non era questa la funzione degli enti. Non servivano né agli studenti e nemmeno all'economia siciliana. Solo un sistema clientelare per mungere risorse pubbliche e alimentare affari e voti.
Dobbiamo continuare così? La giunta giura che da ora in avanti si cambia registro. Dall'anno prossimo sarà il Censis a dire quali corsi organizzare per legare l'insegnamento alle necessità del sistema produttivo. Sarà sufficiente? O non sarebbe meglio creare un meccanismo di collaborazione più stretto fra la Regione, le imprese, e le organizzazioni imprenditoriali? Solo il mondo della produzione conosce le proprie esigenze e quindi è in grado di orientare i processi formativi. Le idee non mancano. Il presidente di Confindustria, Antonello Montante, per esempio, propone di finanziare corsi di formazione all'estero per dare ai ragazzi un orizzonte internazionale che poi dovrebbero spendere nel sistema produttivo locale. Una proposta meritevole di approfondimento.
Quello che conta, in ogni caso, è la valutazione dei risultati. Bisogna chiudere con gli sprechi del passato. Una strada ci sarebbe: legare i finanziamenti al merito. Gli enti otterrebbero i finanziamenti solo in base al numero di corsisti che trovano un lavoro. Un po' come accade alle scuole di management: le più ricercate sono quelle che più rapidamente consentono sbocchi professionali agli allievi. Sogni? E perché mai? La formazione è sostenuta da tutti i cittadini con le loro tasse non diversamente dai genitori che pagano le grandi scuole ai figli. Vogliono che i loro sacrifici si trasformino in ricchezza per i ragazzi e per l'intera comunità. Perché non dovrebbe essere così anche per la formazione siciliana?

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