Sicilia, Editoriali

Se la Chiesa si ricorda dei giovani

Non era Woodstock né Carnevale. Non era il concerto di una rockstar, né una partita di calcio né il comizio di un leader politico. E, allora, che ci facevano tre milioni di giovani sulla spiaggia di Copacabana, il simbolo dell’edonismo brasiliano? Semplicemente stavano ad ascoltare il Papa.
A pregare, piangere, ridere e ballare insieme con lui. Il Pontefice che sale sulla scaletta dell'aereo portandosi dietro il bagaglio a mano, che incontra i giovani detenuti prima del bagno di folla, che bacia bambini a ripetizione. Che dice ai sacerdoti: i poveri devono essere «gli ospiti vip» delle parrocchie. Che trascina con sé anche i vescovi: e quelli si mettono a danzare agitando le braccia come impacciati scolaretti. Sono queste le immagini che restano indelebili nella memoria di questa edizione della Giornata mondiale della Gioventù in Brasile. È una manifestazione inventata da Giovanni Paolo II di cui molti pronosticavano il funerale con la scomparsa di Wojtyla. Invece sia Benedetto XVI che ora Francesco l'hanno rivitalizzata e trasformata in un canale privilegiato di comunicazione tra la Chiesa e le nuove generazioni.
Inutile nascondersi dietro un dito: a fronte delle folle oceaniche di giovani viste a Rio, le chiese cattoliche sono quasi dovunque popolate da teste bianche. In crisi o chiusi gli oratori, in difficoltà i movimenti e le associazioni. Rari i sacerdoti che sanno comunicare con gli adolescenti, con qualche lodevole eccezione come il cardinale Ersilio Tonini che ieri è tornato dal Padre. A voler ricordare un'espressione degli anni Settanta, le parrocchie rischiano di essere solo una stazione di servizio per rifornirsi di sacramenti: la prima comunione, poi il prossimo tagliando è direttamente per il matrimonio. Nel mezzo il vuoto, il dialogo si interrompe e chissà se potrà ricominciare in età adulta.
Eppure, in questo panorama buio, la Gmg rappresenta qualcosa di diverso e significativo: c'è una organizzazione alla base che opera mesi e mesi prima nei vari Paesi (190 quelli rappresentati a Rio), ma non si può negare che la partecipazione sia reale ed entusiastica.
A questi giovani, ricollegandosi alla linea di Giovanni Paolo II, Papa Francesco non offre scorciatoie o sconti. La salita è dura, le difficoltà evidenti, i valori non negoziabili. La Croce di Cristo impone sacrifici. Ma, rispetto a un mondo degli adulti che agli adolescenti spesso offre solo profumi e balocchi, Bergoglio contrappone ben altro. Smantella mode e convenienze, svela «il lato oscuro della globalizzazione», chiama i ragazzi a essere missionari perché appartiene a loro la responsabilità di costruire un «mondo nuovo». E qual è «il modo migliore per evangelizzare un giovane? Un altro giovane». Questa la conclusione enunciata ieri da Bergoglio con un sorriso.
Occorre inoltre sottolineare che Francesco nel suo viaggio ha lanciato messaggi precisi anche alla politica sudamericana. A Rio erano sotto il palco i presidenti del Brasile, Dilma Rousseff (erede di Lula) e dell'Argentina, Cristina Kirchner. Con quest'ultima, quando era arcivescovo di Buenos Aires, non sono mancati i momenti di gelo dopo le critiche di Bergoglio alle nostalgie peroniste di quel governo. E, come ricorderete, la vigilia del viaggio "carioca" era stata scossa dalle manifestazioni di piazza e dagli scontri durante la Confederations Cup di calcio. Motivati dalle profonde diseguaglianze sociali. Francesco ha subito preso le distanze dalle violenze invocando «il dialogo sempre». Ma la bacchettata ai politici è stata dura: «La misura della grandezza di una società è data dal modo con cui tratta chi è più bisognoso». Al tempo della crisi economica globale, c'è una tentazione: chi qualcosa ha, cerca di tenersela stretta. E chi ha poco o niente si arrangi. La politica brasiliana e quella argentina sono scosse da scandali e ruberie (né per la verità in Italia vediamo di meglio): a tutti costoro il Papa ha ricordato che «nella situazione attuale si impone il vincolo morale con una responsabilità sociale e profondamente solidale», al di là dei facili populismi. «Il futuro esige una visione umanista dell'economia e una politica che realizzi sempre più e meglio la partecipazione della gente, eviti gli elitarismi e sradichi la povertà».
Infine è stato forte l'appello interno alla Chiesa: uscire dal chiuso delle sacrestie, andare incontro ai bisognosi, agli ammalati, ai carcerati. È tornata l'eco della «Chiesa povera e per i poveri», la vera cifra di questo primo scorcio di pontificato.
Dopo l'omaggio ai caduti di Lampedusa, dopo le folle di Rio, il Papa torna in Vaticano più forte di prima, con un consenso mondiale di popolarità. Lo aspettano ora le sfide più difficili: la scelta del nuovo Segretario di Stato (e altre nomine ancora, tra cui quella del nuovo arcivescovo di Palermo), la riforma dello Ior e delle finanze vaticane, lo scandalo mai sopito della pedofilia. C'è da supporre che Bergoglio applicherà per sé quanto ha raccomandato per gli altri: «Abbiate lo sguardo calmo di chi sa vedere la verità».

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