Il fuoco amico mina il governo

Se Alfano c'entra poco con l'affare Shalabayeva, Enrico Letta non c'entra affatto. Eppure il vero obiettivo del «fuoco amico» che da giorni si scarica contro il governo è lui. Renzi mira dritto al cuore: con un congresso del Pd ancora avvolto nelle nuvole delle regole, solo la caduta del gabinetto di coalizione potrebbe fruttare al sindaco di Firenze una rapida candidatura a palazzo Chigi. Altri (Bindi, Cuperlo, Finocchiaro, forse perfino D'Alema) gli sparano alle gambe. Sono pressanti da una base irata e confusa che non ha mai accettato l'alleanza col Pdl e non vede l'ora di liberarsene. Per far che non si capisce, ma insomma la confusione è grande sotto il cielo senza che la situazione sia eccellente, secondo l'antico insegnamento di Mao. Dichiarano dunque a giornali e telegiornali che Alfano dovrebbe andarsene, ma sanno che non se andrà e non vogliono in nessun caso che il governo cada. Ancora una volta, Letta ha trovato nel presidente della Repubblica un magnifico scudo umano. La «responsabilità oggettiva», che i direttori di giornale vorrebbero esclusa dal codice penale per se stessi, non può esistere per un ministro. Napolitano ricorderà certamente un precedente. Il giorno di Ferragosto del '77 Herbert Kappler fuggì con la moglie dall'ospedale militare del Celio e se ne andò indisturbato in Germania. Il ministro della Difesa Vito Lattanzio dovette dimettersi. Ma ci sono tre grandi differenze rispetto all'oggi. La prima è che Kappler era il boia delle Fosse Ardeatine e non un ambiguo personaggio kazako. La seconda è che il ministro sapeva bene dove Kappler era custodito e avrebbe dovuto per tempo accertarsi che la fuga (e che fuga!) fosse impossibile. La terza - ma questa è realpolitik - è che Lattanzio contava nel governo quanto il due di briscola, mentre Alfano oggi ne è l'architrave.
È perciò scontato che stamattina la mozione di sfiducia al ministro dell'Interno proposta da Sel e Movimento 5 Stelle sarà bocciata. Ma sarebbe un errore far finta che non sia accaduto niente. Perché il caso è esploso con un mese e mezzo di ritardo sui fatti? Perché allora i giornali pubblicarono la notizia tra le brevi e oggi se ne occupa la grande stampa internazionale? Ci sono alcune coincidenze abbastanza inquietanti. L'Italia di Berlusconi, di Prodi e di D'Alema era il migliore partner commerciale della Libia di Gheddafi. La guerra fu scatenata dai francesi che spedirono a Tripoli simultaneamente missili e i dirigenti della compagnia petrolifera Total. E noi ne siamo usciti indeboliti. Oggi il discusso presidente kazako Nazarbayev è un importantissimo partner commerciale dell'Italia e ha avuto eccellenti rapporti con governi di ogni colore. Da sette anni l'Eni sta facendo investimenti in campo petrolifero, ha speso finora 35 miliardi di dollari e conta di pareggiare la spesa nei prossimi sette anni. Il successo di questa gigantesca operazione non piace a tanti paesi. Non ci sarebbe perciò da meravigliarsi se qualcuno fuori dei confini nazionali avesse gettato un po' di benzina sul fuoco.
La vicenda kazaka, col suo forte carico di malagestione e di conseguente imbarazzo, ha distratto l'opinione pubblica dai tremendi, perduranti, problemi economici. Letta e Alfano terranno certamente presente che solo con una «scossa» benefica prima delle vacanze estive potranno recuperare immagine e fiducia. Sempre che il 30 non scoppi la guerra nucleare con il processo Berlusconi. Ma questo è un altro discorso.

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