«La fede in Dio non è arrogante»: enciclica a 4 mani

Bergoglio scrive che «assume il prezioso lavoro» di Ratzinger. Elogio del matrimonio, invito a non allontanarsi dal mondo

Aggrappati alla croce di Cristo. Francesco, il Papa dei poveri e della speranza, si appresta a rendere omaggio agli immigrati dei barconi e alla gente di Lampedusa che eroicamente li accoglie da anni. Un filo rosso sangue unisce il legno della croce e il legno delle «carrette del mare», la carne di Cristo sofferente e gli occhi dei senzaterra in cerca di un futuro. Dalla «fine del mondo» gli ultimi arrivano sulle nostre coste aggrappati alle loro zattere. Ma nel cuore della ricca Europa trovano la crisi economica, la recessione che ha mostrato la fragilità della società capitalista e ha reso insopportabili gli sprechi e le ruberie.
Le preoccupazioni di questi anni ci fanno scoprire più insicuri. Essere poveri, o poterlo diventare, è per tutti una possibilità reale. All'improvviso siamo minacciati da un vento d'insicurezza, che scuote dalle fondamenta ogni illusione di autosufficienza. Ma questo è forse solo il segno esteriore di una povertà più profonda, che affligge l'anima.
Cosa può dire al ricco e al povero, al dotto e al semplice, la Chiesa in questo drammatico frangente? Nella sua prima enciclica Papa Francesco ha una sola risposta: indica la croce di Cristo e la luce della fede. «Lumen Fidei», lo scritto presentato ieri - quasi alla vigilia del viaggio a Lampedusa - ha avuto una gestazione anomala nella storia della Chiesa. Lo stesso Bergoglio scrive che «assume il prezioso lavoro» di Benedetto XVI, «aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi». Ratzinger, infatti, prima delle dimissioni «aveva già quasi completato una prima stesura» per completare il trittico dedicato alle virtù teologali dopo «Deus Caritas est» (sulla carità-2005) e «Spe salvi» (sulla speranza -2007). Il testo è quindi «a quattro mani». Anche se, dopo la lettura, verrebbe da dire che almeno i tre quarti sono della più pura ispirazione ratzingeriana.
Il tocco del Papa argentino si riconosce però in varie parti e soprattutto nel finale dove si rilancia una sua già famosa frase: «Non facciamoci rubare la speranza...Nell'unità con la fede e la carità, la speranza ci proietta verso un futuro certo, che si colloca in una prospettiva diversa rispetto alle proposte illusorie degli idoli del mondo, ma che dona nuovo slancio e nuova forza al vivere quotidiano».
Un indizio di paternità su un’altra parte viene fornito dall’Osservatore Romano e riguarda il Concilio Vaticano II, da sempre centrale nel pensiero di Bergoglio. Il giornale rileva nell'editoriale di prima pagina (intitolato «Come un ponte» e siglato dal direttore Giovanni Maria Vian) che nelle prime pagine dell’enciclica si riecheggia proprio il discorso conclusivo del Concilio. Dove si affrontò l'obiezione contro la fede dell'uomo «diventato adulto, fiero della sua ragione». Il nuovo documento di Papa Francesco dunque «ben si colloca nell'Anno della fede indetto a 50 anni dalla apertura del Vaticano II». L'immagine del ponte è usata da Vian a proposito dell’enciclica, definita «un testo straordinario di raccordo tra i due pontificati».
Quattro capitoli per un totale di 82 pagine, prima tiratura di 500 mila copie (edizione italiana). Il testo si può scaricare da ieri mattina sul sito www.vatican.va. È firmato «Franciscus» né poteva essere altrimenti, visto che una enciclica è l’espressione del magistero, e il magistero è di un Papa, non può essere di due.
Nella prima parte è comunque forte l'impronta che ha caratterizzato i quasi otto anni di Pontificato di Benedetto XVI: la proposta al mondo di una fede che non è in contrasto con la ragione umana. Una fede cristiana che non è un insieme di dogmi, teorie e dottrine ma è fede in una persona, Gesù Cristo. Il cui insegnamento evangelico non è in contrapposizione con le Scritture degli Ebrei o con la filosofia antica ma insieme le comprende e le completa, creando una prospettiva religiosa mai vista prima: un Dio-Padre che ama l'uomo e si incarna sulla Terra mandando il suo Figlio. Portando ovunque un nuovo sistema di valori, il concetto di Persona (ignoto al mondo greco-romano), la fraternità e l’uguaglianza.
La prima riflessione è quella fondamentale: Dio non si conosce, si ama. Perché è egli stesso l’Amore, l’Emmanuel, il Dio con noi, la luce del mondo (Vangelo di Giovanni). Qui inizia la dialettica ratzingeriana contro pensatori come Nietzsche che osteggiarono il cristianesimo tacciandolo di essere «una luce illusoria». Un inganno che toglie «novità e avventura» alla vita e impedisce il cammino degli uomini liberi. Citando Dante, l’enciclica ribatte punto su punto: non è affatto vero che nella «connessione della religione con la verità» ci sia la «radice del fanatismo».
Ma cosa è la verità? È la domanda che si pone Ponzio Pilato davanti a Gesù. «La domanda sulla verità è una questione di memoria, di memoria profonda, perchè si rivolge a qualcosa che ci precede e, in questo modo, può riuscire a unirci oltre il nostro io piccolo e limitato. È una domanda - afferma l’enciclica - sull'origine di tutto, alla cui luce si può vedere la meta e così anche il senso della strada comune». Senza la verità (cioè l’incarnazione e la resurrezione di Gesù) il cristianesimo sarebbe «solo una favola».
L’enciclica critica anche la visione del filosofo Wittgenstein, secondo cui «credere sarebbe simile all'esperienza dell'innamoramento, concepita come qualcosa di soggettivo, improponibile come verità valida per tutti». All'uomo moderno sembra, infatti - si legge nel documento pontificio - che la questione dell'amore non abbia a che fare con il vero. L'amore risulta oggi un'esperienza legata al mondo dei sentimenti incostanti e non più alla verità». Invece, afferma il Papa, anche l'amore ha bisogno di verità: «L'amore vero unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena». E, in una sezione dedicata ai sacramenti, un passaggio denso è dedicato all’amore dei coniugi. «L’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio» genera fede: «Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio».
La luce della fede è anche luce della verità, ma senza dimenticare la libertà dell’uomo che può accoglierla o meno. Per questo il cristianesimo non è un totalitarismo e nessuno può intestarsi violenze in nome del Dio cristiano che, ribadisce Francesco, è il Dio dell’Amore, non della sopraffazione. Il credente, infatti, «non è arrogante» e non impone nulla agli altri.
Tornano in questa parte echi ben riconoscibili del pensiero di Bergoglio: la fede è carne, perchè Dio si ascolta, si vede e si tocca nella carne di Cristo, dei sofferenti e dei poveri. La fede ha bisogno di verità ma dialoga secondo ragione. La fede non è solo spinta verso il Regno dei Cieli ma impegno a costruire la città degli uomini e il bene comune, qui sulla terra. E Francesco chiude così il cerchio: non facciamoci rubare la speranza, chiniamoci sui sofferenti, fondiamo la fraternità sull'amore, scorgendo nel volto di ogni uomo il volto di Cristo, in ogni persona che incontriamo una benedizione di Dio per noi. Anche nel viso degli immigrati aggrappati, tra le onde, al legno dei barconi. Così simile al legno insanguinato della croce di Cristo.
twitter: @fdeliziosi

© Riproduzione riservata

* Campi obbligatori

Immagine non superiore a 5Mb (Formati permessi: JPG, JPEG, PNG)
Video non superiore a 10Mb (Formati permessi: MP4, MOV, M4V)

I più cliccati