Egitto, una polveriera in attesa della scintilla

Gli oppositori avevano avvertito, gli esperti avevano convenuto: l'Egitto è da tempo una polveriera in attesa di una scintilla. Che può venire ogni giorno, ma soprattutto il 30 giugno, data già storica ma finora per la prima libera elezione presidenziale nella storia, quella che ha portato al potere, esattamente un anno fa, Muhammad Morsi. E doveva essere proprio questa ricorrenza a far esplodere il barile. Qualche ora dopo non sappiamo ancora se è successo o perlomeno se il «botto» è stato sufficiente. Gli egiziani hanno mantenuto la prima parte della promessa: sono scesi in piazza a milioni, letteralmente. Di dieci milioni parla il Fronte di Salvezza Nazionale «centrale» dell'opposizione, ma di «parecchi milioni» riferisce anche la radio delle forze armate, quelle che avevano a loro volta ammonito di essere pronte a scendere in campo se il Paese fosse rotolato fin sull'«orlo di un abisso». Di sicuro ci è andato vicino, anche se in confronto alle masse, in gran parte pacifiche, le violenze sono state limitate e così il numero delle vittime. La scena più drammatica è stata probabilmente quella dell'assedio alla sede del partito di governo, quello dei Fratelli Musulmani, in cui Morsi si era asserragliato e cui un gruppo di dimostranti particolarmente violenti ha appiccato, sia pure poco più che simbolicamente, il fuoco. Folle oceaniche si sono viste anche nelle altre città, in genere però a «manifestare pacificamente a oltranza» secondo la parola d'ordine dell'opposizione. Molto diffuso il «cartellino rosso» di stampo calcistico, sventolato dai dimostranti per esprimere l'ingiunzione a Morsi di uscire dal campo di gioco. Espulso.
Basterà? Siamo già alla fase due del capitolo egiziano, il più corposo, della Primavera Araba, quello definito dagli oppositori della «resa dei conti». Resta il fatto che proprio il giorno in cui ha eletto democraticamente per la prima volta il suo governo, l'Egitto ha cominciato a rotolare verso un conflitto potenzialmente catastrofico. Nessun aggettivo è esagerato quando riguarda un Paese di 84 milioni di abitanti, scosso da un conflitto sempre più radicale, dall'ira e dalla disperazione. Si sono viste folle ancora più numerose di quelle che catapultarono fuori dal potere, appena trenta mesi fa, il dittatore Mubarak. A decidere la sua sorte furono allora i militari, che lo avevano «creato» ed erano stati per decenni ai suoi ordini e che oggi di nuovo cercano di porsi come garanti dell'ordine in ultima istanza, anche con i simboli: depositando barriere di cemento davanti ai cancelli del palazzo di presidenza. La gente, nelle stesse ore, si preparava al peggio in un altro modo, rastrellando generi alimentari e non solo simbolicamente. La spinta principale dell'immane ondata è infatti questa volta economica. L'Egitto ha ormai esaurito tutte le sue riserve, dal petrolio alle riserve in valuta. Le code per la benzina si riflettono anche nei tagli sempre più frequenti della corrente elettrica. Dietro l'angolo c'è il salto nel buio e in fondo al burrone la fame per 84 milioni di persone. Mancano infatti i soldi per le importazioni, anche dei generi di prima necessità. Si attendono aiuti di emergenza dall'estero, vale a dire soprattutto dall'America, che certamente non è entusiasta del governo dei Fratelli Musulmani ma tuttora li appoggia e forse intende continuare a farlo finché non si sarà presentata una alternativa accettabile che non è, per ora, la piazza, neanche con tutti quei milioni a protestare.
Più che la forza dell'opposizione gli ultimi eventi hanno rivelato la debolezza del regime, la ristrettezza dei margini di potere dei Fratelli, un partito storico per l'Egitto ma privo di basi di potere reali nelle istituzioni che sono state sempre decisive nel Paese, dai militari in giù. Gli resta fino adesso fedele la gente delle campagne, lo sterminato proletariato rurale di un Paese senza spazio. Gli altri «proletari», quelli urbani, sono già in rivolta. L'ultima spinta, che si è aggiunta alla disperazione di fondo, è venuta dall'affiorare delle violenze settarie, che a molti sono parse incoraggiate dal partito di governo, che pure si era presentato come conciliatore e che invece ha preso negli ultimi tempi decisioni inquietanti, fra cui la nomina a governatore di Luxor, di faraonica memoria, di un ultraconservatore, esponente di un'organizzazione che vuole proibire l'alcol, i costumi da bagno e i calzoni corti per le donne. Simboli di un fondamentalismo settario sunnita che ha recentemente preso di mira la minoranza sciita e minaccia anche quella cristiana. Il contrario dell'«unità» promessa e più che mai necessaria in questo frangente.

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