Sicilia, Editoriali

Padre Puglisi, la Chiesa ora faccia tesoro del suo nuovo profeta

Nei giorni delle minacce, padre Pino Puglisi si trovò al tavolo di una pizzeria con uno dei suoi collaboratori. La paura si toccava con mano dopo gli attentati. Erano state incendiate nella stessa notte le porte di casa di tre volontari del Comitato intercondominiale di Brancaccio. Il parroco aveva subito continue telefonate e lettere anonime, un’aggressione fisica, una molotov era stata lanciata davanti alla chiesa.
Padre Puglisi prese un pacchetto di stuzzicadenti, di quelli cilindrici, di plastica. Ne prese uno e disse al suo amico: «Spezzalo!». E quello lo ruppe. Poi ne prese due insieme e disse: «Spezza questi due». E quello li spezzò con le mani. Infine padre Puglisi prese il mucchio degli altri stuzzicadenti e concluse: «Ora prova a spezzare tutti questi insieme!». Insomma voleva dire con un semplice esempio: l’unione fa la forza, stiamo uniti, non facciamo dilagare il panico. Per questo la mafia dovette fermarlo. La gente di Brancaccio si stava unendo: ancora poco tempo e nessuno sarebbe più riuscito a spezzare la schiena ai volontari. «Non dobbiamo tacere», diceva don Pino ai parrocchiani. E aggiungeva, citando San Paolo, si Deus nobiscum, quis contra nos?. Se Dio è con noi chi sarà contro di noi?
Sta proprio in questa frase l’inizio della riflessione che ha condotto alla conclusione positiva della Causa di beatificazione, che ha una portata storica: don Puglisi è infatti la prima vittima di mafia di cui viene riconosciuto il martirio cristiano. E la causa è la prima - nella storia della Chiesa - in cui vengono utilizzati verbali di collaboratori di giustizia, atti di processi di mafia, ricostruzioni della magistratura sul periodo tra il '92 e il 93, crocevia delle stragi Falcone e Borsellino ma anche degli attentati tra Roma, Firenze e Milano.
In quel periodo tutto sembra legato da un unico filo rosso: lo stesso clan comandato dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e lo stesso gruppo di fuoco di quegli anni a Brancaccio è stato condannato all'ergastolo sia per gli attentati del '93 sia per l'omicidio di padre Puglisi.
Non solo: uno degli esecutori del delitto, Gaspare Spatuzza, divenuto collaboratore di giustizia, ha gettato nuova luce sulle inchieste per le stragi di Capaci e via D'Amelio. Secondo le sue accuse, i boss di Brancaccio ebbero un ruolo di primo piano in entrambi i massacri. Giuseppe Graviano avrebbe premuto il tasto del telecomando in via D'Amelio.
La causa per il riconoscimento del martirio di don Giuseppe Puglisi è stata iniziata a livello diocesano nel 1998, a cinque anni dal delitto, per volere del cardinale Salvatore De Giorgi, allora arcivescovo di Palermo. La raccolta di documenti e testimonianze si è conclusa il 6 maggio 2001 e dalla fine di settembre 2001 l'incartamento è stato inviato all'esame della Congregazione per le cause dei Santi in Vaticano. Negli anni successivi sono state fornite alla Congregazione la Positio e la Positio suppletiva: sono i due documenti di sintesi e integrazione degli incartamenti.
Ma, alla fine del 2006, tutto ciò non bastò. E furono chiesti altri approfondimenti. È toccato quindi al cardinale Paolo Romeo, subentrato a De Giorgi, nominare un nuovo postulatore, mons. Vincenzo Bertolone (col quale ho collaborato). La sua intuizione è stata di dimostrare come - col rituale di sangue dell’affiliazione - i mafiosi di fatto rinnegano il battesimo cristiano. Scelgono di essere i rappresentanti di un’altra religione.
Usurpando rituali e formule cristiane, la mafia crea un proprio sistema di potere in cui il Padrino ha preso il posto del Padre, con l'abilità di ammantarsi di forme di religiosità esteriori che vengono utilizzate per rafforzare il proprio dominio e l'influenza del clan sul territorio. Stesso discorso per l'uso dei santini (da bruciare per il rito di iniziazione) o delle Bibbie trovate in molti covi, tra cui quello di Bernardo Provenzano.
In questa maniera si supera la difficoltà della proclamazione di un martire come don Puglisi ucciso da mafiosi che formalmente risultano battezzati nella sua stessa chiesa a Brancaccio. Per questo i mafiosi si possono ora equiparare ai persecutori di altre epoche, come i Romani nei confronti dei primi cristiani o come la dittatura franchista in Spagna o come i nazisti che lasciarono morire di fame padre Massimiliano Kolbe ad Auschwitz.
Restava da risolvere la questione centrale della dimostrazione dell'odium fidei, l’odio per la fede di Puglisi. A favore di questa ipotesi sono state prodotte dalla postulazione nuove testimonianze giurate dei sacerdoti e degli amici di don Puglisi (tra cui chi scrive). Sono tutte testimonianze concordi nel ritenere che il delitto fu deciso per mettere a tacere la voce della fede del sacerdote.
Sono state anche raccolte le diverse motivazioni delle sentenze in cui i magistrati hanno ricondotto il movente dell'omicidio esclusivamente all'azione pastorale del parroco. Ma occorreva scavare ancora e motivare l'odium fidei con voci dall'interno dell'organizzazione mafiosa.
Infatti i due esecutori del delitto Puglisi, Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza (oggi collaboratori di giustizia), non avevano ricevuto una giustificazione dell'ordine di uccidere il parroco (né, d'altronde, Cosa Nostra deve motivare i suoi ordini). I mandanti (i fratelli Graviano) sono tra gli irriducibili. Sembrava quindi di essere in un vicolo cieco.
Ma la Postulazione e i suoi collaboratori hanno passato al setaccio tutti gli atti giudiziari dei processi (già conclusi in Cassazione) trovando dichiarazioni molto interessanti di altri «pentiti» che gettano una maggiore luce sul movente: emerge la rabbia a Brancaccio (e anche in altri clan), per la «predicazione» di padre Puglisi che si traduceva, in concreto, nell’indirizzare i ragazzini al Centro Padre Nostro. E nell’organizzare gli adulti in attività di volontariato come quelle dell’Intercondominio.
A un certo punto, per questa opera di evangelizzazione, i mafiosi sentirono prosciugare l’acqua del loro stagno. Questa la conclusione di monsignor Bertolone che ha convinto la Congregazione: «Essi vollero colpire don Giuseppe Puglisi perché sacerdote, il quale, attraverso l'ordinazione sacerdotale, era l'alter Christus, che con la sua vita testimoniava la verità della fede».
Così si è giunti, con la beatificazione di ieri, a riconoscere che abbiamo avuto tra noi, a Palermo, un nuovo profeta. Padre Puglisi ha donato alla sua Chiesa una maturazione di coscienza, una diversa e più avanzata valutazione del pericolo che rappresenta la mafia. Col suo sangue ha lavato silenzi, sottovalutazioni e coabitazioni del passato. Il riconoscimento del suo martirio è semplicemente l’applicazione del principio sancito - per la prima volta nero su bianco - dai vescovi siciliani in un documento del ’94, un anno dopo il delitto Puglisi: mafia e Vangelo sono incompatibili.
E se la Chiesa, tutta la Chiesa, saprà fare propria questa lezione, allora per davvero la figura del piccolo prete di Brancaccio, caduto sotto i colpi della violenza omicida, non porterà più su di sè i segni cruenti della sconfitta, ma le stimmate di una dignità feconda, carica della forza della risurrezione.

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