Sicilia, Tempo libero

Cane di mannara da tutelare Candidato al titolo di «razza»

Piano per il riconoscimento della specie siciliana che rischia di scomparire. I veterinari hanno finora censito 90 esemplari tra Palermo, Enna e Catania

Il cane di mannara siciliano va verso il riconoscimento per ottenere lo standard di razza. Un progetto ne promuove la salvaguardia, evitandone l'estinzione. Novanta gli esemplari autoctoni censiti. Enna, Catania e Palermo le province in cui ancora oggi la specie resiste.
Di origine antichissima, risalente addirittura all'età del bronzo, il cosiddetto cane di mannara, compagno di vita dei pastori siciliani, perché utilizzato come guardia del gregge e dell'ovile, denominato in dialetto appunto mannara, rientra tra le specie critiche e minacciate dall'estinzione: meno di un centinaio, infatti, come da tabella Fao, gli esemplari autoctoni censiti. Eppure un tempo, almeno sino agli inizi del secolo scorso, quando aveva un ruolo fondamentale per la difesa del bestiame dagli attacchi notturni dei lupi, quello che è anche chiamato cane pecoraio era davvero molto diffuso in Sicilia, soprattutto nelle zone in cui prevalevano l'allevamento e la pastorizia, come la provincia ennese e catanese e zone più montuose, come i Nebrodi e le Madonie. Così numerosa la sua presenza che i pastori erano soliti scambiarsi i cuccioli fra loro.
Oggi, invece, il cane di mannara rischia di scomparire. Per questo motivo, un gruppo di veterinari, cinofili e docenti universitari, costituitisi nel 2010 in un'associazione dal nome Samannara, ha presentato un progetto di tutela della specie. Attività di recupero che vedrà coinvolti, oltre a Samannara, anche tre atenei: i dipartimenti di Scienze veterinarie delle Università di Messina e della Federico II di Napoli e la facoltà di Scienze Biologiche di Palermo. La prima fase, ancora in corso, è quella del censimento della popolazione: 90 quelli rilevati in 8 aziende zootecniche tra Enna, Catania e Palermo. «Si tratta di aziende in cui il cane da pastore mantiene il suo vecchio ruolo di guardia del gregge - spiega Florindo Arengi, presidente dell'associazione Samannara -. Il censimento però non è ancora terminato: procederemo infatti con le zone dei Nebrodi e delle Madonie, dove potrebbero esserci altri esemplari, essendo zone agricole e pastorali. Non a caso, infatti, i primi reperti, che testimoniano la presenza del cane sin dall'età del bronzo, sono avvenuti proprio in siti siciliani agricoli e pastorali».
Per evitarne l'estinzione è però necessario che il cane di mannara venga riconosciuto come «razza» canina a tutti gli effetti. Una richiesta di riconoscimento provvisorio è stata già presentata dall'associazione all'Enci, l'Ente nazionale della cinofilia. «Per ottenere il riconoscimento di una razza da parte della Federazione cinologica internazionale - chiarisce Luigi Liotta, ricercatore di Zootecnica speciale presso l'università di Messina - oltre ad approfondite conoscenze storiche è necessario avere contezza sulla numerosità, identificare almeno 8 linee di sangue, indipendentemente dal numero dei soggetti esistenti, accertare l'assenza di patologie ereditarie, predisporre uno standard morfologico provvisorio. Per fare questo abbiamo avviato delle misurazioni su 45 soggetti e studiato le caratteristiche fenotipiche, come il manto, forma del cranio e altre caratteristiche morfologiche. Dal riconoscimento provvisorio, dopo un minimo di 5 generazioni e almeno 10 anni, si può richiedere l'accettazione definitiva». Tra i caratteri comuni, i colori del mantello (fulvo, nero, tigrato o con la distribuzione «a monaca», estese macchie bianche) e le dimensioni toraciche, degli arti e della testa. Contemporaneamente, saranno analizzati i campioni di sangue prelevati: «La caratterizzazione citogenetica, per individuare eventuali anomalie genetiche, e quella genetica, in pratica il Dna del cane di mannara». Una volta ottenuto il riconoscimento provvisorio di razza e dimostrati i rischi d'estinzione, si potranno richiedere i finanziamenti che ne permetteranno il ripopolamento nei luoghi d'origine. 

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