A Palermo il Rigoletto del bis e degli applausi a scena aperta

Una corte ducale un po’ burlesque: questa la formula del regista tedesco, Henning Brockhaus. Lo spettacolo è andato in scena al teatro Massimo

PALERMO. Un Rigoletto un po’ visionario un po’ burlesque  (più che circense, come preannunciato in conferenza stampa dallo scenografo Alessandro Camera), quello che sin da subito si mostra al pubblico del Teatro Massimo di Palermo. La scena si apre su un sottopalco, creato da un sipario che lascia appena uno spiraglio dal quale "sgusciano" i primi due protagonisti: Rigoletto e un nano che si inginocchieranno dinanzi al pubblico nell’atto di quella "vestizione" in clown di corte, in buffone: via panciotto, bavero, e giacca, quelli che sono gli abiti da signore, e poi due macchie rosse sul viso. E in quel sottopalco, suggerito ogni volta nella scena come una spaccatura nella vicenda, Rigoletto si sdoppierà vestendosi e svestendosi, aiutato da quel nano lynchiano, che ricorda un po’ Pierrot, e che il regista Brockhaus ha affiancato al suo Rigoletto come rappresentazione di quella deformità che non ha voluto rendere con la gobba, come spesso viene rappresentato. Via il sipario ecco che la scena "esplode" nella corte del duca di Mantova, sembra di essere piombati in un girone dantesco, è l’architettura a porte scelta da Camera, una sorta di arena greca pervasa dal rosso in cui si snoda un festino lascivo in cui i corpi si sfiorano, gli uomini indossano corpetti e reggicalze, si muovono sensuali e provocanti, i volti sono incorniciati da un trucco eccessivo, ci sono maschere, manichini di donne scomposte, un imponente cavallo a dondolo che ricorda un po’ quello di Troia. Un riscatto, quasi, a quella volontà verdiana censurata di voler rappresentare la corruzione della corte francese di Francesco I, libertino e dissoluto, così come dipinto da Hugo nel suo dramma in versi "Le roi s’amuse" (1832) scelto da Verdi, che  poi dovette estraniare la vicenda in una corte non più esistente, quella del ducato di Mantova. Il Rigoletto di Brockhaus sembra un’opera delle citazioni che, pur colpendo con questa sua prepotenza immaginifica rischia, ma solo all’inizio, di soffocare la potenza lirica degli attori, con una scena fin troppo ricca e piena, in cui le danze e i corpi in movimento inducono alla distrazione. È, comunque, un successo di pubblico atto dopo atto, già sul finire del primo, poco prima del rapimento di Gilda, un lungo applauso a scena aperta spinge il soprano Desirée Rancatore (nel ruolo di Gilda), che con i suoi virtuosismi vocali rapisce il pubblico della sua città natale, a ringraziare portandosi le mani al cuore e chinando appena la testa verso l’intera platea. E gli applausi a scena aperta arrivano spesso, accompagnati da "bravi" urlato da una parte del pubblico, sino a quel bis concesso dopo le tante insistenze e la lunga ovazione, nel duetto tra Rigoletto e Gilda alla fine del secondo atto: Dimitri Platanias (Rigoletto) abbraccia commosso la Rancatore, fasciati dagli applausi, poco prima di concedere la replica. Un vero successo per la Roncatore, interprete di spessore, che ha vestito il ruolo di una Gilda meno stucchevole, meno «bamboleggiante», come lei stessa l’ha definita durante la nostra intervista. Una Gilda sospesa, e non solo metaforicamente, perché la stanza, ossia il mondo in cui Rigoletto ha relegato sua figlia, è sospesa sul palco («come un’utopia, un’idea», ha spiegato Brockhaus), al di sopra di quell’ambiente corrotto e sfatto che è la corte ducale. Il bianco in cui è immersa Gilda verrà corrotto dal rosso, in cui anche la "colei sì pura" piomberà nell’attesa del tragico destino che deve compiere la maledizione lanciata dal conte di Monterone, cui il Duca ha sedotto la figlia e corrotto l’onore, sullo stesso Duca e su Rigoletto. È l’epilogo degli sconfitti, lo sono tutti, nessuno è vincitore, e quella morale che Brockhaus ha voluto rappresentare nella sua lettura del dramma verdiano è chiara: «il cinismo è la morte, un atteggiamento cinico porta alla distruzione», e nessuno può scappare dalle proprie azioni benché meno  Rigoletto che non è vittima, come spesso si tende a credere, ma un uomo traviato dal dolore, dalla perita della moglie, dalla paura di perdere la figlia che lo spinge a ovattarla per preservarla da quello stesso cinismo senza limiti che sarà poi la sua condanna. È  questa la vera maledizione, è questo il senso di distruzione che si snoderà in quell’«arena della vita» (così il regista l’ha definita) pervasa da un senso di ambiguità, doppiezza, sgretolamento che tuoneranno in quel ‘ciel troppo irato’, quasi fosse il giorno del Giudizio.
Un cast eccezionale, bravissimi i già citati Dimitri Platanias e Desirée Rancatore; intensa anche l’interpretazione di Massimiliano Pisapia a cui sono andati gli applausi del pubblico per la sua "Donna è mobile". Al loro fianco Andrea Mastroni (Sparafucile), Chiara Fracasso (Maddalena), Patrizia Gentile (Giovanna), Nicolò Ceriani (Il conte di Monterone), Paolo Orecchia (Marullo), Aldo Orsolini (Matteo Borsa), Claudio Levantino (Il conte di Ceprano), Pinuccia Passarello (La contessa di Ceprano), Anita Venturi (Un paggio della duchessa), Vincenzo Raso/Antonio Barbagallo (Un usciere di corte). Si replicherà sino al 9 maggio, speriamo con lo stesso successo. Magistrale il coro che, come anticipato in conferenza stampa dal maestro Giuseppe Finzi, «è utilizzato come personaggio, partecipa, fa parte di questa idea della corte» alla cui conduzione vi è il maestro Piero Monti. Giuseppe Finzi conferma la fama che lo precede, ‘Resident Conductor’ dell’Opera house di San Francisco, eccelle sul podio dell'Orchestra del Teatro Massimo.

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