Aspettando i democratici

Che fatica aspettare. Sono esattamente due mesi che il Paese è fermo in attesa che il Pd risolva le sue contraddizioni. A due mesi dalle elezioni, abbiamo ancora il governo che c’era prima e adesso anche lo stesso Presidente della Repubblica. Tutto tempo perso, durante il quale il Paese non ha fatto alcun passo avanti. Casomai qualcuno indietro. Ieri l’Istat ha comunicato che ci sono un milione di famiglie che sopravvive senza redditi da lavoro.
Il doppio rispetto al 2007. Vuol dire che, per andare avanti, stanno dando fondo ai risparmi. Saranno all’indigenza quando avranno svuotato le tasche o esaurito la solidarietà di amici e parenti. In questa situazione il Pd continua a crogiolarsi tra le sue faide. Vuol dire che, nonostante tutto, componenti non si sa quanto trascurabili del partito, non smettono di guardare a Grillo per il governo, pur avendo votato Napolitano per il Quirinale. Ma si rendono conto che stanno chiedendo di danzare con il proprio nemico?
È di tutta evidenza ormai che la strategia dei Cinque Stelle è quella dello sfondamento elettorale a spese del centro-sinistra. Non è difficile da capire. La candidatura di Stefano Rodotà che altro era se non un tentativo di dividere il Pd? Come dimenticare che il Professore è un ex presidente del Pds, erede diretto del Partito comunista prima dell’unione con la Margherita. Votarlo sarebbe stato un gesto identitario per i nostalgici della falce e martello. Ma avrebbe riaperto vecchie ferite con molti nipotini della Balena Bianca.
E allora perché insistere? Per la semplice ragione che l’anti-berlusconismo, oggi come negli ultimi vent’anni, è l’unico collante del Pd. Una cecità portata fino all’umiliazione. Nel frattempo Grillo, che mostra abilità politiche insospettabili, lavora sulle divisioni dei democratici. Per esempio l’abolizione del finanziamento pubblico che può piacere a Renzi in versione rottamatore ma non certo all’apparato del partito che di quei soldi vive. Oppure ricordando di aver chiesto sei anni fa l’iscrizione al partito.
Aveva proposto una piattaforma certamente appetibile per l’ala più integralista del partito (cristallizzando la proprietà statale di molti beni e servizi a partire dall’acqua e l’energia) ma indigesti per la componente riformista. Per non parlare del proselitismo fra i giovani disoccupati attraverso la proposta del salario di cittadinanza. Senza nessuno, nel Pd, che abbia il coraggio di dire che si tratta di una proposta oscena: sia per i costi sia perché moralmente impresentabile. Quanti giovani (e non) avrebbero ancora voglia di cercare un lavoro (particolarmente nel Sud) sapendo di contare su uno stipendio mensile di un migliaio di euro garantito dallo Stato?
Ma per quanto tempo ancora il Paese dovrà pagare dazio all’incompiuta del Pd? Hanno dei problemi? Che li risolvano ma consentano all’Italia di avere un governo di condivisione. L’unico possibile in questo momento. L’alternativa sono le elezioni. Una catastrofe per il centro-sinistra di queste ore. Ma unica possibilità se continuerà a scaricare sul popolo italiano le sue indecisioni.

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