Boston, un nuovo nemico dal buio

Pochi istanti dopo i due scoppi e la strage è entrata in circuito la prima frase per definire quello che è accaduto a Boston: «Maratona della Morte». Suonava bene, coincideva soprattutto con le immagini istantaneamente diffuse in tutto il mondo: la folla in festa sulle tribune, gli atleti che stavano sfilando sotto lo striscione d'arrivo, il fumo bianco, il terrore. E subito dopo, naturalmente, il Terrore, il ricordo e il parallelo con quell'11 settembre 2001 allorché toccò a Manhattan rivelare agli americani che neppure la Superpotenza è un'isola e che i mali, la violenza, i veleni del mondo non si fermano davanti a nessun ostacolo, né naturale né umano né tecnologico. Sono passati quasi dodici anni e la scadenza del calendario è forse l'indice più significativo e più credibile. Se è vero che quel giorno di settembre a New York cambiò il mondo, è vero anche che quel pomeriggio di aprile a Boston ha rivelato che il mondo non cambia così facilmente, che continuiamo a vivere in quel mondo di dodici anni fa.
Non sappiamo chi siano stati, stavolta, gli attentatori. Obama lo ha subito sottolineato con una formula prudente e saggia che tutto descrive e abbraccia: «Domestici o stranieri». Onestamente è così, ma è anche una messa in guardia contro reazioni del tutto comprensibili al cospetto di quel fumo e di quel sangue, del corpo di quel bambino di 8 anni ucciso mentre aspettava il babbo sul traguardo di una festa sportiva, delle braccia o delle gambe staccate dall'esplosione, dal lutto e dalla rabbia di milioni. Ma è vero che «non sappiamo niente» per ora. Né il presidente, né l'Fbi, né le centrali dell'antiterrorismo né i poliziotti di Boston che cercano di rimettere insieme i pezzi della congiura incollando i più miseri detriti. Nessuno ha rivendicato finora la paternità del gesto e se anche qualcuno lo farà rimarrà il dubbio che tenti di appropriarsene senza sforzo e di incassare il tributo dell'odio in terre lontane.
Fra i pochi dettagli emersi finora, uno è probabilmente il più significativo, praticamente eloquente: due pentole a pressione, di quelle in cui si sbolliscono le verdure. Al loro posto i criminali (ma vista la semplicità tecnica potrebbe essere stato anche uno solo) ci hanno infilato polvere nera e piccoli oggetti taglienti, aguzzi, come degli shrapnels di cento o duecento anni fa. Non c'era, nei resti di quegli oggetti domestici, alcun segno di nuovissime tecnologie belliche o criminali; neppure, pare, dei cellulari che potessero far detonare il tutto rispondendo a uno squillo. Basso artigianato, costi dunque ridottissimi: questa la realtà del terrorismo del ventunesimo secolo, all'apice di una rincorsa tecnologica senza precedenti nella Storia umana. Non è consolante: è umiliante, anche se non è la prima volta che la hybris ci impartisce questo tipo di lezione.
Un indizio forse ci sarebbe, insito proprio nella scelta del luogo e della data. Il lunedì della maratona di Boston comprende ogni anno altri eventi sportivi ma è la celebrazione di una festa civica, patriottica. Si chiama, infatti, «Patriot Day». È festa statale nel Massachusetts a memoria della prima battaglia della Guerra d'Indipendenza delle colonie americane contro l'Inghilterra, di Lexington e di Concord, della cavalcata di Paul Revele. Colpire in quel giorno può essere stato un gesto simbolico, una dichiarazione di ostilità all'America. Può, potrebbe. Ma quasi nessuno prende sul serio questa ipotesi, che contrasta troppo con la povertà dei mezzi scelti per la strage e con il contesto internazionale, con le tensioni e le guerre nell'area arabo-islamica.
Ma la conclusione cui può e dovrebbe condurre una riflessione di fondo è un'altra, ben più importante. Dodici anni di lotta contro il terrorismo con tutti i mezzi della Superpotenza e con l'aiuto di gran parte del mondo sono riusciti a contenerlo, non a debellarlo o a cancellarlo. Qualcuno lo aveva capito subito, proprio in America, proprio nei giorni dell'indignazione più comprensibile e della proclamazione di una sorta di "guerra santa". «Il terrorismo non si può distruggere. Dobbiamo però combatterlo senza stanchezze per ridurlo, contenerlo, isolarlo, ridimensionarlo a uno dei mali endemici del nostro tempo, come la mafia, come la droga» Lo disse John Kerry e ciò non lo aiutò nella sua campagna per la Casa Bianca. Oggi quello sconfitto è tornato come Segretario di Stato, ministro degli Esteri dell'America.

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