Non è un paese per giovani

Più di un milione di licenziamenti nel 2012 con un incremento vicino al 14%. A fornire le cifre è il ministero del Lavoro che segnala anche una forte accelerazione fra ottobre e dicembre. Considerando che la riforma Fornero è stata approvata a luglio, è facile concludere che l’inasprimento è frutto della nuova legge oltre che della crisi. Considerazione corretta anche se poi bisognerà guardare i dati con maggiore attenzione. Le statistiche, infatti, forniscono grandezze aggregate e quindi non è possibile individuare le cessazioni che ci sarebbero state comunque. Per esempio i licenziamenti collettivi o frutto di ristrutturazioni. La crisi economica non è un’invenzione e i prezzi sociali sono molto elevati.
Tuttavia focalizzarsi solo sui licenziamenti fa perdere di vista il vero problema. Vale a dire la debolezza delle assunzioni fra i giovani. Nell’ultimo trimestre -13,9% per i ragazzi fra 14 e 24 anni e -10,9% nella fascia 24-34 anni. Viceversa sono aumentati (+7,6%) i contratti per gli over 65.
La conferma definitiva che l’Italia non è più un Paese per giovani. Che cosa ci dicono, infatti, questi dati? Una verità molto semplice e cioè che la riforma Fornero ha mancato il suo grande obiettivo che era quello di favorire l’occupazione giovanile. L’apprendistato non funziona perché troppe sono le zone d’ombra. I contratti a tempo determinato sono stati vincolati con paletti pesanti nel presupposto che si trattasse di precariato mascherato. Il risultato lo vediamo: le aziende non assumono giovani perché la crisi non consente di allargare gli organici. Nè rinnovano i contratti scaduti. Soprattutto quando raggiungono il limite dei trentasei mesi. Preferiscono, dove possibile, ingaggiare over 65 utilizzandone l’esperienza.
Insomma la riforma Fornero ha fallito il suo principale obiettivo. Doveva rendere il mercato più flessibile, soprattutto in entrata, favorendo l’ingresso dei giovani. Lo ha irrigidito. La crisi economica ha fatto il resto.

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