Corea del Nord, la strategia della tensione e il ricatto

Washington continua a credere che le minacce del giovane Kim abbiano più lo scopo di ricattare Stati Uniti e Corea del Sud per ottenere nuovi aiuti che quello di dare davvero fuoco alle polveri

di LIVIO CAPUTO

La Corea del Nord dichiara il ritorno allo stato di guerra, la Corea del Sud ribatte che risponderà con le armi a qualsiasi forma di aggressione, la Russia definisce la situazione «esplosiva», la Cina manifesta «grave preoccupazione» e gli americani rinforzano la loro presenza militare nella regione. Dopo dieci giorni di continui attacchi verbali e azioni provocatorie da parte di Kim Jong Un, l'appena ventottenne dittatore dell'ultimo Stato stalinista del mondo, le possibilità che nell'Estremo Oriente scoppi una vera guerra si sono fatte più concrete. Per la verità, Washington continua a credere che le minacce del giovane Kim - come quelle che usava suo padre prima di morire due anni fa - di riprendere il conflitto interrotto 60 anni fa con l'armistizio di Panmunjon, ma rimasto sempre latente, abbiano più lo scopo di ricattare Stati Uniti e Corea del Sud per ottenere nuovi aiuti che quello di dare davvero fuoco alle polveri. Ma al punto di tensione cui siamo giunti, può bastare una iniziativa sbagliata, o anche un errore umano, perché nella penisola si scateni l'apocalisse.
All'origine dello scontro ci sono le sanzioni comminate a Pyongyang dal CDS dell'ONU per l'esperimento nucleare di febbraio e le manovre militari congiunte americane e sudcoreane iniziate il 1 marzo. Per reazione, dalla scorsa settimana Kim ha lanciato una raffica quasi quotidiana di minacce, talvolta piuttosto fantasiose, sia contro Seul, sia contro Washington. Ha parlato di colpire con missili a testata nucleare non solo le basi statunitensi nel Pacifico, ma addirittura il continente americano; ha messo in stato di massima allerta le unità missilistiche del suo esercito; ha annunciato l'intenzione di potenziare, sia qualitativamente, sia quantitativamente, il suo arsenale nucleare, riaprendo la centrale di Yongbyan chiusa in base agli accordi del 2007 e attivando un nuovo impianto per l'arricchimento dell'uranio; ha ribadito che la sua bomba «è un tesoro indispensabile per la sicurezza della nazione che non sarà scambiata contro miliardi di dollari» (chiudendo così la porta in faccia a ogni ulteriore negoziato per la denuclearizzazione della penisola). Ieri, infine, ha compiuto l'ultimo passo verso la rottura degli accordi faticosamente conclusi con Seul nel corso degli anni, vietando ai lavoratori sudcoreani l'accesso alla zona industriale comune di Kaesong, che pure impiega 53.000 suoi cittadini, gli rende ogni anno 92 milioni di dollari ed è giudicata indispensabile per lo sviluppo economico che ha promesso al Paese.
La relativa flemma dell'America è basata su una attenta valutazione del potenziale militare di Kim. La Corea del Nord possiede sì quattro tipi di missili a medio e lungo raggio, lo Scud, il Rudong, il Musuden e il nuovissimo e non ancora testato KN-08 (che ha anche esportato in numerosi Paesi) e plutonio sufficiente per costruire 6-8 bombe. Tuttavia, non è certamente in grado di raggiungere né le Hawai, né la California, e non possiede neppure la tecnologia per costruire vere e proprie testate nucleari da montare sui razzi. Perciò, alla Casa Bianca ritengono che, quando si fa fotografare davanti a una carta del Pacifico in cui sono disegnate le rotte per colpire l'America, Kim stia bluffando. «Il giovanotto sa che se attaccasse davvero, il suo Paese sarebbe spazzato via. Tutto si risolverà nell'ennesima richiesta di aiuti» pensano al Dipartimento di Stato. Ma, dato che Pyongyang, dopo avere ricevuto viveri e carburante, è sempre venuta meno agli impegni presi in cambio, stavolta né gli americani, né i sudcoreani, forti anche di un atteggiamento più severo della Cina verso il suo vecchio alleato, non dono disposti a concedere nulla.

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