Manganelli, poliziotto di strada: ho realizzato un sogno

ROMA. "L'ultima cosa che m'interessa è la poltrona. Sono un poliziotto di strada che ha coronato il suo sogno di ragazzo: fare l'investigatore". Il giorno del suo primo discorso ufficiale da capo della Polizia, il 3 luglio del 2007 in un'audizione in Parlamento, Antonio Manganelli diceva la verità: perché l'uomo partito da Avellino e arrivato fin nella stanza dei bottoni al primo piano del Viminale, alla polizia ha dedicato tutta la vita.
Uomo capace di mediare - e non è un caso che alla guida del Dipartimento arrivò dopo il disastro del G8 con il via libera anche di Rifondazione Comunista - primo tra i colleghi a capire che è sui giovani che bisogna lavorare per affermare il concetto di legalità e del tutto disinteressato alla vita mondana della Roma godona, Manganelli è stato soprattutto un investigatore.
Uno di quelli che le indagini non le ha solo dirette ma le ha anche fatte. C'è lui accanto a Tommaso Buscetta, quando il primo grande pentito ruppe il silenzio di tomba calato sull'aula bunker di Palermo, per testimoniare contro le cosche. Era il 1986."C'era una nebbia spessa, che attraversava l'aula e colpiva ciascuno di noi c'erano attimi di tensione come se fossero strutture solide che in qualche che modo dovevi attraversare".
E fu sempre Manganelli, a gennaio, a dare la notizia della morte di Antonino Calderone, altro storico pentito di mafia.
Quando il boss decise di passare dalla parte dello Stato, nel 1987, nell'appartamento in Francia dove si era rifugiato c'erano Giovanni Falcone e Manganelli. A lui si rivolse Calderone, appena la moglie entrò nella stanza. "Lei è spostato?" chiese.
"No", rispose lui. "Allora mi ascolti bene. Da questa sera lei ha una moglie e tre figli. Si sente in grado di salvarmeli questi tre piccoli e questa donna?". "Le do la mia parola - rispose - Per lei non so, ma per loro le do la mia parola".
A combattere la criminalità organizzata Manganelli ha passato buona parte dei suoi 62 anni. Se ne occupa fin dagli anni settanta, dopo essersi laureato in Giurisprudenza a Napoli, ma è negli anni Ottanta che comincia a lavorare spalla a spalla con quello che sarà professionalmente un 'fratello' e anche un amico: Gianni De Gennaro. Per un decennio i due sono inseparabili: lo squalo e lo sbirro con la faccia da bravo ragazzo sono numero uno e numero due dell'Anticrimine e poi al Servizio centrale operativo, l'eccellenza investigativa della polizia. Insieme hanno lavorato su Mafia e sequestri di persona, droga e criminalità economica al fianco di gente come Falcone e Borsellino, collaborando con le polizie di mezzo mondo, dall'Fbi alla Bka tedesca. Manganelli non ha mai tradito il suo 'capo' e nel giorno dell'avvicendamento alla guida della polizia gli espresse "gratitudine, ammirazione, amicizia e stima".
Insieme, i due hanno arrestato boss del calibro di Pietro Vernengo, Piddu Madonia, Nitto Santapaola, Pietro Aglieri. Nel 1991, quando De Gennaro tiene a battesimo la Dia, Manganelli va a guidare lo Sco, sette anni dopo diventa questore di Palermo e nel 1999 va a dirigere per due anni la questura di Napoli. Poi il ritorno al Viminale alla guida del Servizio centrale di protezione, la nomina a vicecapo e, il 25 giugno 2007, la guida del Dipartimento della pubblica sicurezza. Solo una volta le strade di Manganelli e De Gennaro si sono separate ed è stato in occasione di quella che per la polizia resta un'onta che neanche le condanne definitive della Cassazione hanno cancellato: il massacro della Diaz. Manganelli era in vacanza. Ma appena divenne numero uno volle la scuola di formazione per l'ordine pubblico, a Nettuno, per evitare un'altra Genova. E quando l'anno scorso sono arrivate le condanne definitive per i vertici impegnati in quei giorni, è stato il primo a chiedere scusa. "E' chiaramente il momento delle scuse - disse - ai cittadini che hanno subito danni ma anche a quelli che, avendo fiducia nell'istituzione Polizia, l'hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza".
Gli ultimi anni Manganelli li ha passati a cercare di spiegare due concetti: l'importanza di parlare ai giovani, per far loro capire che "la legalità conviene"; la necessità che non siano solo le forze di polizia ad occuparsi di sicurezza. "A noi viene spesso chiesto di assumerci responsabilità che spettano alla società civile e ad altre istituzioni. Non possiamo sempre fare da supplenti. Serve una sicurezza partecipata in cui ognuno svolta il proprio ruolo, senza mai tirarsi indietro".
L'ultima delusione, mentre lottava con il tumore che l'aveva colpito e che l'aveva costretto anche a tre mesi di cura negli Usa, è arrivata invece a novembre scorso, nell'occasione meno opportuna: il vertice dell'Interpol a Roma, con i capi delle polizie di mezzo mondo, voluto fortemente proprio da Manganelli.
Sono i giorni del corvo del Viminale e dei presunti casi appalti illeciti gestiti dal ministero che ha portato alle dimissioni del vicecapo vicario della polizia Nicola Izzo. Manganelli, in qualche modo chiamato in causa, non ci sta ed esplode: "Forse ci sarà un capo della polizia più bravo di me, più adatto di me. Ma nessuno potrà dire che io sono un imbroglione: da 38 anni faccio questo lavoro e non ho mai sentito cose del genere. Fin da ragazzo avevo una sola fissazione nella vita, quella di fare l'investigatore. Il mio obiettivo l'ho raggiunto e sono felice".
Se ne va però con un sogno rimasto nel cassetto: quello di vedere laureata la figlia ventenne, per la quale stravedeva.

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