Regionali statali o precari: nella giungla di tagli e aumenti

Era il luglio del 2010; un decreto del governo Berlusconi congelò i rinnovi contrattuali per i dipendenti statali per l'intero triennio 2010-2012. Proprio i questi giorni sta per essere attivato un secondo provvedimento di blocco degli aumenti contrattuali, per gli anni 2013-2014. In sostanza i dipendenti statali subiranno un blocco quinquennale dei loro stipendi. Per stimare gli effetti economici del blocco intervenuto e di quello che verrà, utilizzando apposite elaborazioni del Sole 24 Ore, possiamo fare riferimento, in via esemplificativa, a tre categorie di dipendenti statali: un dirigente di prima fascia della Presidenza del Consiglio (111 mila euro all'anno di stipendio base nel 2009), un docente universitario ordinario (91 mila euro) ed un insegnante scolastico (32 mila euro).

Il primo (dirigente) subirà minori entrate, come effetto cumulato nel quinquennio 2010-2014, per circa 10.200 euro; il secondo (universitario) "perderà" circa 8.400 euro. Il professore di scuola, infine, riceverà in busta paga circa 3 mila euro in meno. Il sacrificio richiesto ad una platea di oltre tre milioni di persone è già così abbastanza importante; ma c'è un'aggravante. Poiché i «mancati» aumenti non sono in alcun modo recuperabili neanche con interventi futuri, il taglio, che mediamente sarà di oltre il 9%, impatterà anche sul regime previdenziale, sotto forma di una pensione proporzionalmente più bassa. Si tratta quindi di una manovra piuttosto dura ma senza alternative; da questa stessa manovra, infatti, dipende la riduzione di spesa pubblica per circa un miliardo di euro, messa in bilancio nel luglio di oltre due anni fa e che oggi risulta vitale per il conseguimento del pareggio fra entrate ed uscite dello Stato.
Va sottolineato con un certo rammarico che ogni volta che si dibatte su come rilanciare il mercato del lavoro nel nostro Paese, il confronto finisca con il ridursi soltanto a una mera questione di tagli degli stipendi che, si badi bene, sono comunque obbligati in una fase come quella attuale. Tuttavia i tagli non rappresentano l'unica soluzione al problema gravissimo di un mercato del lavoro inefficiente e della perdita di produttività che ormai va avanti da dieci anni; ma si sa la competitività del sistema Paese non è mai stata al primo posto dell'agenda politica italiana.
Ora, l'occasione di questo secondo blocco dei salari potrebbe invece essere sfruttata per un confronto ad ampio spettro sulla produttività del lavoro anche nel comparto pubblico. Obiettivo difficile ma non irraggiungibile. La partita si gioca tutta in casa sindacale e può riguardare molte questioni come, ad esempio, la forte riproposizione del "merito" che, chissà perché, quando si parla di pubblica amministrazione fa venire l'orticaria a qualcuno.
Ma ci sono anche altre soluzioni per rilanciare il mercato del lavoro, per renderlo più efficiente e meglio attrezzato ad accogliere i milioni di disoccupati che pesano sulla nostra società; le soluzioni sono davvero tante, come quella di un diverso grado di responsabilizzazione dei dirigenti, quella di ridurre le diverse tipologie contrattuali oggetto di confronto con il sindacato o magari quella di prevedere una reale mobilità interna.
E in Sicilia? In senso macroeconomico, la Sicilia, con i suoi circa 290 mila dipendenti dell'amministrazione statale, subirà forse più delle altre regioni il blocco degli aumenti contrattuali; e ciò a causa di una forte prevalenza del lavoro pubblico rispetto al modesto mercato del lavoro privato. Resta però la questione, decisamente più preoccupante, dei dipendenti a carico del bilancio della Regione Siciliana; anche loro hanno legittime aspettative di aumenti contrattuali.

Ma qui il quadro si complica. Con riguardo, infatti, agli aumenti contrattuali passati valgano le laconiche considerazioni della Corte dei Conti (giugno 2012): «I rinnovi per il personale dirigenziale e non dirigenziale hanno comportato (in Sicilia) oneri nettamente superiori a quelli garantiti a livello nazionale alla generalità dei dipendenti in servizio presso altre amministrazioni pubbliche». Con riguardo invece agli aumenti contrattuali a venire, la legge siciliana 8/2011 ha stanziato poco più di 140 milioni di euro; ora, però, bisognerà fare i conti con la capienza di un asfittico bilancio regionale. Ma la questione di fondo - va detto con chiarezza - è ben più grave del rinnovo, o meno, del contratto dei dipendenti regionali «ufficiali» e investe la vasta nebulosa di dipendenti che, a vario titolo, sono a carico del bilancio regionale.

Si tratta di quel composito esercito di persone, che per comodità di sintesi, definiamo «precari» i quali in gran numero, almeno 80-90 mila, orbitano nella babele dei servizi pubblici. Nessuno, a ragione, può invocarne il licenziamento, ma un uso più efficace certamente sì. Riorganizzare, motivare, rendere efficiente e produttivo il lavoro di tanta gente è un diritto dei lavoratori, ma è principalmente un dovere per chi ne ha la responsabilità.

Ieri il Giornale di Sicilia raccontava la paradossale vicenda della gestione del piccolo zoo della Villa d'Orleans; una vicenda che costa qualche centinaio di migliaia di euro all'anno alla Regione e che si tenta, senza effetti, di riportare in sintonia con le leggi, fin dal governo di Piersanti Mattarella.
Sono queste sacche di inefficienza (e qualche volta di piccoli o grandi interessi) che zavorrano la nostra Regione, come sul piano dei conti la zavorrano eserciti di precari sottoutilizzati. Non licenziamenti dunque, ma neanche conservazione dello statu quo; non possiamo neanche permettercelo.
E se la riorganizzazione di questi eserciti comportasse magari una gestione privata, pazienza. Tutti dovrebbero fare un passo indietro: i sindacati rinunciando al loro giardinetto nel nome dei diritti di lavoratori che comunque hanno anche doveri; i politici ricercando altre modalità di conquista del consenso; gli stessi lavoratori precari acquisendo la consapevolezza che rischiano di risultare dei veri e propri privilegiati agli occhi di quei 270 mila siciliani iscritti alle liste di collocamento e che non hanno neanche la speranza.

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