Gela. Amianto, a giudizio vertici dell'Eni

L'accusa è deposito incontrollato di rifiuti, getto di sostanze pericolose come fibre di amianto in atmosfera, omissione dolosa di cautele sui rischi per la prevenzione di infortuni sul lavoro. Gli indagati sono Bernardo Casa e i dirigenti Rosario Orlando, Aurelio Faraci, Biagio Genna, e Arturo Anania

GELA. Il procuratore di Gela, Lucia Lotti, ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici
della locale raffineria dell'Eni per deposito incontrollato di rifiuti, getto di sostanze pericolose come fibre di amianto in atmosfera, omissione dolosa di cautele sui rischi per la prevenzione di infortuni sul lavoro. Gli indagati sono Bernardo Casa, amministratore delegato della Raffineria di Gela Spa,  e i dirigenti Rosario Orlando, Aurelio Faraci, Biagio Genna, e Arturo Anania. L'udienza
preliminare è stata fissata per il prossimo 24 aprile. L'inchiesta ha preso avvio dalla scoperta della guardia costiera di un deposito di rifiuti pericolosi, in disuso dal 1997, denominato 'Vasca n.4', in un'area controllata (l'isola 32) dello stabilimento petrolchimico. I militari vi trovarono
circa 24 tonnellate di prodotto isolante dismesso, costituito, in particolare, da amosite o asbesto bruno, contenuti in grandi sacchi che con il tempo si sono lacerati, senza che, secondo la
tesi dell'accusa, alcuno provvedesse alla copertura finale dei rifiuti con materiali idonei per evitare la dispersione nell'ambiente in attesa della bonifica o, come scrive la Procura, «del tombamento finale mediante capping della vasca medesima». Per l'Osservatorio nazionale amianto (Ona) che difende 300 dipendenti di Gela e che ha annunciato la costituzione di parte civile contro l'Eni, è una prima «vittoria rispetto a una situazione veramente drammatica della città, che coinvolge i
lavoratori e le loro famiglie». «Finalmente - ha commentato il presidente dell'associazione, Ezio Bonanni - le numerose vittime e i lavoratori ancora esposti possono sperare di avere
giustizia».

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