Benedetto XVI: una rivoluzione, non una fuga

Col passare dei giorni, dopo lo choc, la scelta è stata meditata e assorbita. Ha provocato come una maturazione nell'accoglienza dei fedeli. Dallo stupore si è passati alla calorosa solidarietà, all'apprezzamento. Joseph Ratzinger umanamente ha ammesso la propria fragilità: e tutti lo hanno potuto sentire più vicino

Ha fatto un gesto di umiltà e coraggio e, pur avendo sconvolto milioni di persone, ora esce di scena come un gigante. Benedetto XVI oggi si dimette. Come annunciato l’11 febbraio. Nel tempo intercorso, tutto il mondo si è interrogato sulle motivazioni dell'abbandono, un fatto - pur previsto dal codice canonico - che ha pochi e lontanissimi precedenti. Ieri lo stesso Pontefice ha ribadito di aver «compiuto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità».
Col passare dei giorni, dopo lo choc, la scelta è stata meditata e assorbita. Ha provocato come una maturazione nell'accoglienza dei fedeli. Dallo stupore si è passati alla calorosa solidarietà, all'apprezzamento. Joseph Ratzinger umanamente ha ammesso la propria fragilità: e tutti lo hanno potuto sentire più vicino. Al contempo ha de-sacralizzato anche la figura del Papa, con uno scarto teologico ancora tutto da valutare.
Così, nelle occasioni pubbliche successive all'11 febbraio, abbiamo assistito a una grande manifestazione di affetto, fino al culmine dei centomila accorsi per l'Angelus e della folla straripante di ieri per l'ultima, commovente udienza del mercoledì in San Pietro.
C'è poi un altro aspetto che va sottolineato. Ratzinger non è un uomo di potere ma di ragione e di fede. Di fronte alla decadenza fisica, all'«ingravescentem aetatem» - ma anche davanti al numero di questioni irrisolte - ha preso la decisione che gli è parsa più utile e feconda non per sé ma per la Chiesa di cui si è posto al servizio.
A 86 anni avrebbe potuto attendere, inerme, il declino del corpo e dello spirito, riducendo sempre più la sua attività. Ha preferito una scelta rivoluzionaria, attiva e non passiva. Dalla voce del fratello e dei medici abbiamo appreso della recente operazione al cuore per il pacemaker che porta da molti anni, da prima dell'elezione. Al Papa è stato inoltre sconsigliato di proseguire con i lunghi viaggi transoceanici. Già ha difficoltà nel camminare ed è stata spesso utilizzata la passerella mobile dei tempi di Giovanni Paolo II. Eppure, si dirà, non è emerso nulla di invalidante, tutti i suoi interventi dopo l'annuncio delle dimissioni hanno dimostrato le sue perfette condizioni di lucidità. Ratzinger non si dimette quindi perché malato. Ma perché sente venir meno le forze e le giudica insufficienti di fronte a un compito gravosissimo.
L'ultimo aspetto riguarda il paragone con Karol Wojtyla. Nel raffronto sembrerebbe emergere una diversità di scelta che invece, come vedremo, si risolve in una identità di vedute. L'aitante prelato dell'Est si vide costretto, dopo gli 80 anni, a subire i colpi del Parkinson, fino al mutismo e alla lunga agonia. Decise quindi di fare della sua malattia l'ultimo messaggio di speranza e di fede cristiana. Per tutti i malati del mondo. Cioè, in sostanza, per tutti noi uomini che prima o poi dobbiamo affrontare il dramma del «finis vitae». L'enorme folla che seguì i suoi ultimi giorni e poi i funerali dimostrò che il seme era giunto nei cuori di tanti.
L'allora cardinale Ratzinger, in quei mesi a Roma, condivise la parabola finale del Pontefice e dell'amico. Vide con i suoi occhi quante difficoltà aveva creato l'indebolimento di Giovanni Paolo II negli ultimi anni, quanti danni aveva provocato la sua lontananza obbligata dalla gestione della Curia. E prima dell'elezione pronunciò quelle parole profetiche: «Quanta sporcizia nella Chiesa!». In quelle ultime settimane della vita di Wojtyla, Ratzinger aveva a lungo meditato sull'ipotesi delle dimissioni di un Pontefice in avanzata età.
Il suo obiettivo, una volta eletto, è stato quindi lo stesso di Giovanni Paolo II: scegliere il modo migliore di servire la Chiesa anche nei momenti finali dell'esistenza. E, prima di essere piegato da una malattia e perdere del tutto la presa sul timone della barca di Pietro, ha voluto lasciare un segno forte.
Tutto ciò, inutile negarlo, perché la gestione del Vaticano, che Giovanni Paolo II aveva trascurato, si è ripresentata con tutte le sue difficoltà col nuovo Pontificato. E in molti discorsi di Benedetto XVI si è notata tutta la sua indignazione e riprovazione: più volte ha ripetuto che i nemici più pericolosi per la Chiesa sono nella Chiesa stessa, che le tentazioni più nefaste per i sacerdoti sono nel potere e nel denaro.
Forse una eco di queste bufere e delle sue giornate di sconforto è nelle parole di ieri: «Vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate e il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire». Ma una «certezza» lo ha «sempre accompagnato»: «La certezza della vita della Chiesa» e la «certezza della Parola di Dio».
Ratzinger sarà anche ricordato per aver preso i provvedimenti più severi contro la pedofilia tra i sacerdoti e per aver almeno tentato di dare maggiore trasparenza allo Ior, il discusso ente finanziario che ancora opera fuori dalle regole internazionali anti-riciclaggio per le banche. Sono solo due delle tante materie incandescenti che il successore dovrà cercare di raffreddare. E sono molti i credenti che si interrogano sui motivi dell'esistenza di un potere temporale della Chiesa così ampio che sembra un retaggio ingombrante dei secoli passati.
Le dimissioni di Ratzinger come un umile seme. Un forte segno di rinnovamento, un fecondo omaggio alla logica del servizio nella Chiesa, da anteporre alla gloria e alla vanagloria personale. Un invito alla riforma della figura del Pontefice stesso, capo spirituale della più diffusa religione ma anche monarca assoluto di un regno terreno. Chiunque verrà dopo ne dovrà tenere conto, la scelta non è una fuga ma uno spartiacque da cui non si torna indietro. E per dirla con le parole di Ratzinger di ieri: «Non abbandono la croce ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso».

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