Dai partiti tante promesse che costano molti miliardi

C’è una crisi in corso; è grave e perdurante. Eppure non circola un'idea, che sia una, per contrastarla creando lavoro e sviluppo. Per ora l'obiettivo inseguito è costruire un equilibrio di governo. Obiettivo legittimo. Le ipotesi si affastellano, ma sui contenuti dell'azione di un (eventuale) governo è calato il sipario. È vero che il vincitore relativo di queste elezioni, il Pd, ha lanciato un programma in otto punti, ma è pur vero che in esso i temi della riforma politica (comunque necessaria) risultano assolutamente schiaccianti sui due punti, indefiniti, che richiamano l'economia reale e la crescita; forse l'unico antidoto alla malattia italiana.
Ovviamente, quando parliamo di misure per la crescita, ci riferiamo a misure a favore dell'economia reale e del lavoro vero, e preferiamo glissare su quei 160 miliardi di euro che, tra prebende, sgravi e restituzioni varie, i partiti italiani hanno "promesso" nel corso dell'ultima campagna elettorale; ci riferiamo alla restituzione dell'Imu sulla prima casa promessa dal Pdl, alla attenuazione dell'Imu sulla prima casa promessa dal Pd e dalla Lista Monti, al salario di sopravvivenza per tutti i disoccupati promesso dal Movimento 5 Stelle, etc.
Nelle settimane che hanno preceduto le elezioni politiche, il Corriere della Sera ha lanciato una originale iniziativa: ha chiesto alle forze politiche di compilare un questionario sui loro programmi, dando indicazioni precise. I dati forniti dai partiti sono stati caricati in un modello matematico con oltre 600 variabili messo a punto dalla Oxford Economics (una società emanazione dell'omonima università inglese e considerata uno dei maggiori protagonisti mondiali in fatto di analisi economiche e previsioni). Lo scopo dell'iniziativa, definita non a caso "alla prova dei fatti", era quello di misurare la sostenibilità e l'impatto delle diverse proposte politiche sulla situazione economica italiana.
Insomma, l'idea era quella di assumere come base di riferimento la situazione dell'economia nazionale a legislazione invariata e verificare poi, su basi scientifiche, i cambiamenti indotti dall'eventuale attuazione delle promesse elettorali. Un tentativo, in definitiva, per passare dal "teatro" alla rappresentazione della realtà. Forse ci si poteva aspettare un maggiore coinvolgimento dell'opinione pubblica su questa lodevole iniziativa, anche al di là del ristretto ambito dei lettori del Corriere; ma si vede che al fascino dell'insulto e dell'aggressione verbale, gli italiani si sottraggono con fatica.
Va detto in premessa che al questionario del Corriere della Sera non hanno risposto la Lega ed il Movimento 5 Stelle, che il PD non ha voluto fornire indicazioni quantitative e che tra le forze politiche che hanno dato risposta (qui ci limitiamo a considerare il PDL, il PD e Monti) nessuna ha messo in discussione il fiscal compact, il duro percorso concordato con l'Europa per il controllo del deficit ed il rientro dal debito pubblico. Va premesso inoltre che nessuno dei programmi esaminati può essere considerato complessivamente esaltante; secondo il modello previsionale infatti "crescita economica, occupazione, reddito delle famiglie miglioreranno nel corso dei prossimi cinque anni, ma in misura inferiore alle aspettative degli italiani". Un modo complessivamente garbato per dire che la gravità dei problemi sul tappeto va al di là persino delle promesse elettorali.
Poste queste premesse, la prima dura risposta che ci arriva dalle elaborazioni della società inglese è che, in qualunque modo vadano le cose, i prossimi cinque anni saranno deludenti per l'economia italiana. Infatti, anche se in campagna elettorale abbiamo finto di dimenticarlo, il «sentiero per migliorare la crescita e la produzione resta piuttosto stretto» a causa del mastodontico debito pubblico italiano e delle «enormi debolezze strutturali del Paese».
La seconda indicazione che arriva dal modello è che nessun partito ha soluzioni miracolose e che ogni partito ha invece qualche problema di realizzabilità delle promesse fatte. Nel merito delle specifiche proposte, è il PDL il partito che immagina una maggiore crescita; di contro il PD e Monti formulano programmi più prudenti in termini di crescita, basandosi su previsioni di entrate dalla vendita di beni pubblici, giudicate "più sicure".
Rispetto a quello del Pdl, il programma del Pd si fonda su una crescita più contenuta del pil e non lascia margini a significative riduzioni della disoccupazione. Considerazioni analoghe valgono per il partito di Monti, le cui proposte non fanno scendere mai sotto il 10% la soglia della disoccupazione e che non intende rinunciare all'aumento dell'IVA a luglio.
Nei programmi di tutte le forze politiche interpellate, l'inflazione viene stimata sempre molto bassa. Non è un bel segnale. Restare a lungo sotto l'1% di inflazione annuncia un «calo dei prezzi e spinte recessive», come dire una economia persistentemente debole, con i consumi ancora in caduta. Ben più espansiva, come si è detto, è la ricetta del PDL, che prospetta una maggiore crescita del pil ed una disoccupazione media sotto il 10% entro il 2017.
Nel programma di questo partito, però, la Oxford Economics vede il rischio del raggiungimento pieno dell'obiettivo; in particolare la società inglese considera di difficile attuazione la vendita di beni pubblici per 400 miliardi in cinque anni quando l'Italia, in 17 anni tra il '94 ed il 2010, è riuscita a cedere patrimonio pubblico per meno di 100 miliardi. Ma la circostanza che impensierisce di più gli analisti inglesi è la prospettiva, che scaturisce dalla elaborazione delle proposte del Pdl, di riportare il deficit annuo sopra il 3%; un dato questo che metterebbe l'Italia fuori dal perimetro del fiscal compact, sottoscritto con l'Europa.
Insomma, i problemi non mancano e si affaccia prepotente una domanda: ma chi dovrebbe occuparsene? Oggi i partiti tradizionali contestano a Grillo la scelta di non farsi tirare dentro; ma sono le stesse forze politiche che per vent'anni hanno negato ascolto al "grido di dolore" del cambiamento che si alzava dal Paese. Tutti a casa? Può essere una soluzione sufficientemente punitiva per i partiti tradizionali, ma aiuta il Paese?

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