Monti: "Modello Sicilia va bene pure a Roma"

Il premier uscente e candidato di Scelta Civica è oggi in Sicilia: la prima tappa a Catania, poi al Politeama di Palermo

PALERMO. Immagina che il modello Crocetta possa essere esportato, invita a diffidare «da chi si crede un mago» e propone invece un piano «non immaginifico» per uscire dalla crisi. Mario Monti, premier uscente e candidato di Scelta Civica, arriva oggi in Sicilia (prima tappa a Catania alle 10, poi alle 16,30 al Politeama di Palermo).

Gran parte della campagna elettorale si sta giocando sugli impegni per arrivare a una riduzione della pressione fiscale. Secondo lei su quali imposte si può operare?
«Il tema fiscale è certamente importante perché "meno tasse" significa offrire alle aziende maggiore possibilità di investimenti, e ai cittadini più disponibilità economica. Sono variabili essenziali per far ripartire la crescita. Purtroppo ho ereditato, e ho dovuto affrontare in tempi strettissimi, una crisi dei conti pubblici estremamente grave che rischiava di portare l'Italia in default. In questo processo di salvataggio è stato necessario essere molto duri e rigorosi. Ma grazie a questa stagione di sacrifici, adesso si può avviare una fase di sviluppo che il Fondo Monetario Internazionale quantifica, tenendo dritta la barra, in una crescita supplementare del Pil del 5,75%, per cinque anni. Per quanto riguarda la pressione fiscale, Scelta Civica propone di ridurre l'Imu sulla prima casa già dal 2013 con un piano di maggiori detrazioni fiscali a favore delle famiglie e degli anziani. Altro punto importante è l'Irap, che verrà ridotta dal 2014 per un importo pari alla metà dell'attuale carico fiscale sul settore privato. Stessa cosa vale per l'Irpef il cui peso verrà ridotto significativamente a partire dai redditi medio-bassi».

Il suo governo ha riscosso successo a livello internazionale, ma ha diviso il Paese. Che influenza può avere il sostegno delle cancellerie internazionali?
«Guardi che fino al 7 dicembre, ovvero fino a quando il Pdl per bocca di Alfano non toglieva il sostegno al governo, tutte le forze politiche hanno sostenuto questa esperienza politica appoggiando ogni singolo provvedimento. Perché era prevalso l'interesse nazionale a quello di parte. Abbiamo messo in sicurezza i conti pubblici italiani, mantenendo gli impegni che Berlusconi aveva preso in Europa, compreso il pareggio strutturale del bilancio nel 2013. È chiaro che le misure prese sono state pesanti. L'Italia aveva la febbre e anche alta e non bastava un'aspirina per farla guarire. Ma gli italiani hanno capito che i sacrifici erano necessari. E questo ci ha ridato credibilità all'estero. Il sostegno che il nostro governo ha ricevuto da capi di Stato o di governo di altri paesi era unicamente motivato dalle scelte compiute e dai provvedimenti adottati, nonché dal quadro di stabilità politica che ha permesso al governo di operare».

Arriva in Sicilia, una delle regioni più colpite dalla crisi. Secondo lei qui servono misure particolari per uscire dalla crisi?
«In Sicilia pensiamo che la chiave vada ricercata nel connubio tra sviluppo tecnologico e valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. Dopo anni in cui è prevalsa la logica dell'assistenzialismo nei confronti del Sud, il governo tecnico ha invertito la rotta, stanziando fondi per la crescita del territorio. Una crescita intelligente però. In Sicilia abbiamo finanziato progetti per 12,2 miliardi, di questi oltre 7 miliardi destinati per opere infrastrutturali, per consentire al territorio di recuperare in competitività. Abbiamo avviato un'azione di recupero delle eccellenze universitarie, riportando a casa i ricercatori all'estero, e abbiamo reso più chiare le regole su concorsi e appalti, per spronare la competitività e lo spirito d'iniziativa soprattutto dei più giovani. Al tempo stesso la Sicilia deve puntare di più sul turismo. Ma non quello improvvisato. Occorre un piano per dare maggiore accoglienza ai molti turisti. Italiani e stranieri, e non solo durante il periodo estivo. Per farlo occorre una rete infrastrutturale che è ancora molto povera. Ecco, non serve un ponte faraonico, ma servono strade, autostrade che collegano in tempi rapidi le varie città, da Siracusa ad Agrigento, da Trapani a Messina. E poi occorre valorizzare ancora di più il patrimonio culturale e artistico che è straordinario. Infrastrutture e cultura insieme alla valorizzazione dei prodotti siciliani, della cucina, della gastronomia. Senza dimenticare le realtà industriali, come il polo industriale di Catania e Siracusa, che devono essere valorizzati dopo la crisi degli ultimi anni. Turismo, cultura e crescita sono legati tra loro. Per una terra ricca di storia e tradizione, ma anche di capacità imprenditoriale, come la Sicilia, la nostra proposta va nella direzione dello sviluppo tra cultura ed economia».

L'intervista integrale sul Giornale di Sicilia in edicola oggi.

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