Cani e gatti alla prova del fisco: allarme per le spese veterinarie

Accertamenti su visite, vaccini, farmaci. Ma gli esperti temono per la salute degli animali: si rischia che molti rinuncino alle cure

PALERMO. Il fisco a partire da quest'anno interesserà anche i nostri amici animali. Nel nuovo redditometro infatti ci sono finite anche le spese veterinarie degli animali d'affezione. Questo significa che a cadere sotto la lente d'ingrandimento del cosiddetto accertamento sintetico ci sono anche le spese che riguardano la cura, la sicurezza e il benessere del proprio animale domestico: controlli e visite dal veterinario, microchippatura, vaccini, farmaci e tutti gli altri costi legati alla salute dei nostri cuccioli. A preoccuparsi, oltre ai proprietari, sono soprattutto i veterinari, che avvertono come l'inserimento di questo tipo di spese possa rappresentare un disincentivo alla cura e alla tutela degli animali, in particolare per chi decide di adottare un randagio. «C'è il rischio - spiega Luisa Li Vecchi, veterinario e vicepresidente dell'Ordine dei Veterinari di Palermo - che si finisca con il tassare magari chi decide di adottare più cagnolini randagi. Se invece di aiutare queste persone, le si tassa. Se possedere un cane o un gatto oggi è considerato un lusso, in molti ci penseranno due volte prima di prendersi questa responsabilità». «Certo - specifica la vicepresidente - si possono fare anche le opportune distinzioni. Ci sono delle razze che potremmo definire "di lusso", ma riguardano solo quei cani che partecipano a concorsi o premi internazionali. E non è certo il caso di tutti i proprietari. La maggior parte, a Palermo per esempio, ha un reddito medio e i costi sostenuti per il proprio animale non sono lusso, ma sacrifici».
E poi c'è l’altra faccia della medaglia: potrebbe verificarsi il rischio di non dichiarare le spese sostenute e questo significa anche meno controlli in termini di qualità dell'assistenza medica per i pazienti a quattrozampe. «Se io so che vengo tassato, magari neanche richiedo la fattura - aggiunge la dottoressa Li Vecchi - quindi bisogna fare attenzione». E proprio un caso del genere è accaduto davvero: un uomo ha deciso di non far inserire il microchip ai suoi cuccioli, perché altrimenti avrebbe dovuto riconoscere tutte le spese veterinarie sostenute per loro. L'Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani) ha preso una posizione di fronte a questa misura, promuovendo una petizione, chiusasi il 31 gennaio, superando le 50 mila firme richieste, attraverso la quale si chiede «di togliere le spese veterinarie dal redditometro; che vengano esentate dall'iva le prestazioni di prevenzione e tutela della salute pubblica, come vaccini o microchip e che venga mantenuta la detraibilità delle spese veterinarie», è quanto si legge nel testo della petizione. Tra l'Iva che è attualmente al 22 per cento e redditometro, aggiungono dall'Anmvi, «gli effetti più deleteri li pagherà ancora lo Stato: meno prevenzione e randagismo fuori controllo».
Eccessivi allarmismi però non sono del tutto reali: «Sicuramente - chiarisce Luisa Li Vecchi - non possiamo dire che favorisce gli abbandoni, perché in ogni caso chi abbandona i cani, purtroppo, continuerà a farlo, indipendentemente dai costi sanitari». Ad essere compromessa, invece, potrebbe essere l'attenzione alla prevenzione della salute degli animali domestici: «L'effetto più preoccupante riguarda le cure e i controlli preventivi per risparmiare ed evitare costi in più». Per i nostri amici a quattrozampe insomma c’è il rischio che si affrontino solo le spese per le cure indispensabili. 

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