Sia l’anno della buona svolta

L’uomo è ora sornione, ora serio. Ai microfoni di Tgs, la nostra emittente tv, esprime così il Natale che ha dentro: «Sto dimenticando l’odore della bistecca...». Siamo a feste di non voluta sobrietà. Per cucinare in casa si spende di più. Gli albergatori denunciano l’apice di una crisi, sempre più italiani restano a casa. Le aziende chiudono. La cassa integrazione vola. La sfiducia delle famiglie è a un record.
Nel Sud la crisi si allarga: secondo Confindustria sedicimila aziende chiudono i cancelli, spariscono trecentomila posti. E in Sicilia un settore trainante come quello dell’edilizia pubblica si dimezza. Da Svimez un commento shock: di questo passo serviranno quattro secoli per riequilibrare gli svantaggi tra le due Italie... Il tempo è grigio. Ma noi vogliamo associarci, in questa fine d’anno, alle parole di Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo: «Dio fa la tenda in mezzo a noi per mostrarci una luce nelle tenebre, una speranza nella sfiducia». Scegliamo anche noi la speranza. Ma non c’è speranza senza novità. Si annuncia un anno economicamente difficile e politicamente convulso. Nella difficoltà di offrire previsioni per il futuro, dobbiamo ricordare cosa è successo nel passato.
Si chiude l’anno con il record del nostro debito pubblico. Siamo a più di duemila miliardi. Dietro la cifra la realtà è chiara: viviamo al di sopra delle nostre risorse; spendiamo più di quanto non produciamo. Ciascuno rifletta. Tutto il nostro quotidiano, la scuola, l’autobus, il treno, l’ospedale, il teatro, il giardino pubblico, tutto ha dietro un debito, uno squilibrio tra entrate e uscite.
Per vivere abbiamo sempre bisogno di creditori che ci diano soldi a prestito. E qui si è al paradosso tragico: più aumenta il debito, maggiore è la diffidenza dei creditori, più elevati sono i tassi di interesse; maggiori sono i tassi, più alto è il costo per saldare i debiti. Diventano così necessarie sempre più tasse, che impoveriscono le famiglie, deprimono le imprese, impediscono la crescita di cui tanto si parla. Poi un altro dato rende ancor più tragico il paradosso: se non si cresce ci sono meno redditi e dunque meno entrate per lo Stato. Non si poteva continuare così. Siamo stati a un passo dal baratro, dal rischio di fallimento, e a quel punto è intervenuto il governo di Mario Monti con la cura da cavallo che sappiamo. Qualcosa di buono si è ottenuto. Il 2012 si chiude con uno spread minore, molto più basso rispetto a quello dello scorso anno. In parole povere: nei mercati internazionali chi presta soldi all'Italia chiede tassi di interesse più bassi perché si fida un po’ di più del nostro Paese. E non è poco: siamo fuori dal coma, ma siamo solo al necessario che non è ancora sufficiente per passare dall’emergenza alla crescita, per vedere le imprese fare profitti, distribuire utili e offrire lavoro perché i giovani possano guardare con fiducia al futuro. Cosa può renderlo possibile? Riassumendo, per essere semplici, due riforme sono cruciali.
In primo luogo è indispensabile la riforma della spesa pubblica. E qui non bastano le mezze misure poiché le cifre sono ormai insostenibili, bisogna avere il coraggio di essere radicali. Vanno colpiti a fondo sprechi, ruberie, dissennatezze nazionali e locali. Il presidente Monti, nella sua agenda, ci ricorda le decisioni e i provvedimenti assunti dal suo governo per raggiungere dodici miliardi di risparmio. Ma, facendo i conti, siamo a numeri ancora piccoli. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, sul Corriere di giovedì scorso, scrivevano che se solo l’Italia volesse raggiungere i livelli di spesa pubblica della potente Germania dovrebbe risparmiare 65 miliardi. Se invece volesse tornare ai livelli degli anni Settanta, dovrebbe giungere a 244 miliardi. Perché gli anni Settanta? Perché allora la pressione fiscale dell’Italia era al 33 per cento e la produzione cresceva; oggi invece è al 45, un livello che Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, giudica incompatibile con lo sviluppo.
Per ottenere i grandi numeri che sono necessari, lo Stato deve arretrare, ridurre il suo peso nell’economia. Deve sapere regolare la concorrenza tra imprese private alle quali delegare la gestione delle troppe attività che oggi svolge. Anche nel campo dei servizi pubblici, come, per esempio, i trasporti, la scuola. Ed anche nella sanità, per la quale, a parte gli sprechi e le corruzioni ben noti, dovremmo sempre poter dare risposta ad alcune domande. Perché dobbiamo continuare nell’illusione di poter dare gratis tutto a tutti, anche a quanti sono abbienti o più che abbienti? Perché poi non si devono percorrere tutte le strade per tutelare i deboli, utilizzando l’efficienza di strutture private concorrenti tra loro e con la struttura pubblica? In un equilibrio virtuoso che possa mettere in linea costi e qualità? Discorso questo tanto più importante in regioni come la nostra, dove è forte il peso della mafia che nel pubblico si infiltra, sporca e corrompe. Una concorrenza sana tra privati e pubblico elimina doppiezze, mediazioni e lucrose quanto illecite combinazioni. Domande senza risposte. Quando si comincerà a darle?
La seconda riforma riguarda il rapporto tra economia, mercato e libera impresa. Barack Obama, il presidente Usa che tanto piace anche alle sinistre, dichiara senza mezzi termini: «Credo che la libera impresa sia il più grande motore di prosperità che il mondo abbia mai conosciuto...». In Italia è sempre più disconosciuto. Nei rapporti della Banca mondiale, l’Italia si colloca agli ultimi posti per «facilità» di fare impresa (tra l’80° e il 90° posto: peggio di noi solo le aree dell’Africa e del Terzo mondo). È ingessata in pratiche farraginose (i noti «lacci e lacciuoli» di Guido Carli). È stretta da una organizzazione del lavoro soffocante. Con livelli di produttività tra i più bassi d’Europa. Della pressione fiscale abbiamo detto. E riprende fiato una cultura ancora sostanzialmente anti industriale, con tabù ideologici fuori dal tempo per cui l’imprenditore è visto come «nemico» degli operai e non invece come partner di una comune impresa.
Si tratta di riforme epocali, lo sappiamo. Ma una Italia così, bloccata nel tempo grigio dell’incertezza, deve indurci a passi grandiosi. E non possiamo compierli da soli: c’è bisogno di più Europa con sempre maggiore sovranità rispetto agli Stati, che a quote di eccessiva sovranità devono saper rinunciare. Molto, certo, dipende dalla politica, che mai come in questi mesi vediamo lontana dalle cose della gente, troppo chiusa nei suoi recinti cadenti, nei suoi riti confusi. Si apre così una campagna elettorale tra le più difficili del dopoguerra. Perché una crisi politica, con partiti e schieramenti in cerca di identità e consensi, si incrocia con una crisi dell’economia internazionale e italiana non ancora superata. Questo giornale sarà imparziale nel dar conto di tutte le posizioni in campo, ma cercherà in primo luogo delle risposte concrete ai problemi della gente che vuol lavorare e delle imprese che vogliono produrre.
Neppure la politica però può fare da sola. Nella sua mutazione deve essere sostenuta da tutti noi. Riconosciamolo. Talora o spesso dai tanti guasti del «sistema» abbiamo tratto vantaggio in molti. Vizi, protezioni e tutele sono diffusi dai livelli alti, ai medi ai bassi. Non ci sono solo i costi della casta, intollerabili e ancora vergognosamente tollerati (e mantenuti); ci sono pure i tanti costi dei privilegi particolari che pletore di beneficiari difendono assolutamente, sollevando muri talora invisibili, ma sempre possenti, di fronte all’innovazione. Parliamo di troppi stipendi che si ricevono senza adeguate prestazioni, di indennità di invalidità non dovute, di carriere clientelari, di nomine per obbligo di appartenenza, di pensioni pubbliche indecentemente elevate, di assunzioni di favore, di appalti pilotati. Dobbiamo tutti credere di più nella sobrietà e nel merito, soprattutto i giovani che devono veder smentito quel principio che troviamo nell’ultimo libro di un economista liberale come Luigi Zingales («Manifesto capitalista», pagina 12) e non a caso ripreso da un leader di sinistra come Matteo Renzi nel corso delle primarie del Pd: «In Italia si va avanti in virtù non della conoscenza ma delle conoscenze: chi conosci è più importante di cosa conosci». Dobbiamo saper essere forti per capacità e competenza per produrre meglio e di più. Solo così in una società possono crearsi risorse solide e durature per aumentare la ricchezza e i ricchi e per proteggere i veri deboli. Entriamo con questo spirito dentro il 2013. Sia l’anno della buona svolta.

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