Nuovi scenari per i moderati

La pratica di Berlusconi candidato premier del centrodestra è ormai chiusa. Confermando di persona ieri pomeriggio a Bruxelles l'offerta al presidente del Consiglio di mettersi alla testa dei moderati come candidato premier, il Cavaliere ha completato quanto aveva detto mercoledì sera alla presentazione del mio libro Il Palazzo e la Piazza: mi tiro indietro, se Monti avanza. Partecipando al vertice del partito Popolare europeo, il presidente del Consiglio ha compiuto un gesto politico di grande rilevanza. È vero che Monti frequentava le riunioni del Ppe anche nel decennio in cui è stato a Bruxelles come commissario europeo. Ma parteciparvi all'apertura della campagna elettorale (si vota tra due mesi) cambia completamente lo scenario. Il Ppe si regge su due gambe molto più robuste delle altre, la italiana e la tedesca. Le sortite antieuropee di Berlusconi lo avevano messo in difficoltà nei confronti dei partiti fratelli suscitandone una reazione che il Cavaliere non si aspettava e che ne ha facilitato il passo indietro, visto che anche la fetta più autorevole del PdL era pronta allo strappo in chiave montiana e filoeuropea.
Ma il Popolo della Libertà resta il socio di larghissima maggioranza della delegazione italiana e la sua sponsorizzazione del presidente del Consiglio è tutt'altro che ininfluente. A questa si è aggiunta ieri quella di Angela Merkel: un invito amichevole che fatto dal cancelliere tedesco può essere interpretato come una interferenza nella politica italiana, ma ha un peso indiscutibile se arriva dal leader del più importante partito popolare europeo ed è il suggello all'invito che da tutto il Ppe è poi venuto a Mario Monti. Nella preoccupazione che il riformismo di Bersani possa venire inquinato dal radicalismo di Vendola. Monti ieri ha ringraziato Berlusconi come aveva fatto la sera del 23 ottobre quando il Cavaliere gli aveva fatto analoga offerta durante una cena a palazzo Chigi. Ieri, come oggi, non è andato oltre e la strada di una sua eventuale ricandidatura a palazzo Chigi è ancora lunga. Ma tra mercoledì e ieri pomeriggio lo scenario è completamente cambiato. Sia Bersani che Casini dovranno rivedere probabilmente le loro strategie. Entrambi speravano in un incontro post elettorale.
Ma che succederebbe se il patrocinio di Monti si estendesse al PdL ormai libero dopo il ritiro di Berlusconi? L'allargamento a destra del fronte moderato trasformerebbe la stampella centrista in qualcosa di molto più robusto e per la prima volta il Pd avrebbe dinanzi a sé una coalizione davvero competitiva. Non più collaborazione e cariche in cambio di un possibile appoggio al Senato, ma competizione vera e propria. Staremo a vedere, ma l'altra novità emersa in queste ore è che Berlusconi non si candiderebbe nemmeno se fallisse l'opzione Monti. Rispondendo a una nostra domanda, l'altra sera il Cavaliere ha confermato che la Lega non potrebbe allearsi con il PdL se fosse lui il candidato premier. Lo farebbe invece volentieri se al suo posto corresse Alfano. Il ritratto di un uomo sconfitto e costretto alla resa non sembra corrispondere al reale. Intanto, con la mossa di martedì sera ha riunito in un sol colpo tutto il partito: le «amazzoni» sono deluse, ma si adatteranno presto al nuovo corso. E dopo la presentazione del mio libro, Berlusconi ha confidato a chi lo accompagnava all'uscita: «In fondo, mi sono dimesso senza un voto di sfiducia. Se corressi e fossi battuto con un grande scarto, farei la fine di Sarkozy. Meglio operare per unire i moderati e battere la sinistra».

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