Agenda Monti e timori internazionali

Nel momento in cui scriviamo nessuno può sapere di quanti punti balzerà in avanti lo spread e quanti ne perderà la Borsa, ma una cosa è sicura: né i mercati, né la maggioranza degli altri governi della Ue hanno preso bene le improvvise dimissioni di Monti e la fine accelerata della legislatura, per almeno tre ragioni. Primo, perché con lo scioglimento delle Camere verranno a cadere una serie di provvedimenti, dalla delega fiscale alla legge sulle semplificazioni, dall’accorpamento delle province alla legge sulla concorrenza, che pur con tutti i loro difetti la comunità internazionale aveva giudicato positivi per il graduale risanamento della situazione italiana.
Secondo, perché la grande incertezza che comunque regnava sul futuro della nostra politica in vista delle elezioni di primavera viene nello stesso tempo anticipata e accentuata: anticipata, perché una cosa è creare un improvviso vuoto di potere adesso, mentre a livello europeo rimangono tanti problemi da risolvere, un’altra arrivare alla scadenza naturale della legislatura; accentuata, perché il ritorno in campo di Berlusconi – presumibilmente con una lista potenziata da uomini nuovi e una campagna improntata a un antieuropeismo di fondo – apre la strada a nuove combinazioni, negative o positive, ma del tutto imprevedibili.
Terzo, perché Monti, con la sua competenza economica, la sua buona conoscenza delle lingue e la sua innata pacatezza si era conquistato la stima di molti colleghi (oltre che della stampa internazionale), diventando un punto di riferimento importante nelle tante riunioni che si tengono di questi tempi e restituendo all’Italia una posizione di prestigio.
Il timore più diffuso, in Europa ma anche in America, è che, qualunque sia l’esito delle prossime elezioni, la cosiddetta “agenda Monti”, vista certo con più favore all’estero (dove non si sente il morso delle tasse) che dall’elettorato italiano, venga parzialmente o interamente abbandonata. E che di conseguenza l’Italia rientri, prima ancora che si conosca l’esito del voto, nel mirino della speculazione facendo vacillare di nuovo l’intera costruzione dell’Euro. Proprio per questa ragione c’è chi, come il direttore dell’Ocse Gurria, si augura che il premier, prima di gettare definitivamente la spugna, chieda formalmente l’aiuto della Bce per il sostegno del nostro debito che fino a ieri giudicava non necessario, in modo da vincolare chiunque gli succederà a una politica di rigore. Sarebbe senza dubbio un blitz che susciterebbe furiose reazioni da molte direzioni ma che potrebbe avere un effetto stabilizzante su una situazione molto volatile.
Ma ora che i dadi sono tratti, per chi faranno il tifo nella Ue? Ai pochi governi di sinistra, Francia in testa, la prospettiva di un governo Bersani-Vendola non riesce sgradita, anche se certe prese di posizione del governatore della Puglia non sono rassicuranti per nessuno. I numerosi governi che si rifanno al Ppe sarebbero ben lieti di evitarlo, ma il ritorno di un Berlusconi che molti avevano ormai mentalmente archiviato come premier non ha mancato di creare sconcerto. Un auspicio molto comune è che, ora che ha le mani libere, lo stesso Monti si rimetta in gioco e, approfittando magari di un parlamento bloccato, senza maggioranze solide, sia messo in condizione di continuare l’esperienza dell’ultimo anno, magari con altri ministri, altri sostegni (compreso, se necessario per evitare un governo delle sinistre, quello del Pdl), ma con lo stesso obbiettivo in mente: la stabilità.

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