Monti da Napolitano, dimissioni dopo la legge di stabilità

Il premier incontra il capo dello Stato e gli annuncia la volontà di dimettersi, spiegando che prima vuole constatare se ci sono le condizioni di approvare in tempi brevi l'esercizio provvisorio

ROMA. Il Presidente del Consiglio non ritiene possibile l'ulteriore espletamento del suo mandato e ha di conseguenza manifestato il suo intento di rassegnare le dimissioni. È un passaggio della nota diffusa dal Quirinae al termine dell'incontro tra Giorgio Napolitano e Mario Monti. Il Presidente del Consiglio accerterà quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità di provocare l'esercizio provvisorio - rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo - siano pronte a concorrere  all'approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità e di bilancio. Subito dopo il Presidente del Consiglio provvederà, sentito il Consiglio dei Ministri, a formalizzare le sue irrevocabili dimissioni nelle mani del Capo dello Stato. Il Premier ha rilevato che la dichiarazione resa ieri in Parlamento dal Segretario del Pdl Angelino Alfano costituisce, nella sostanza, un giudizio di categorica sfiducia nei confronti del Governo e della sua linea di azione. È quanto scritto nella notta diffusa dal Quirinale dopo l'incontro tra il professore e Napolitano.

Intanto la giornata era iniziata con un Monti dal tono pacato, a tratti ironico, ma l'affondo è pesantissimo: Mario Monti rompe il silenzio e replica allo 'strappò di Silvio Berlusconi, mettendo in guardia il Paese dal «populismo», dalle «promesse illusorie» e dal rischio che l'Italia torni sull'orlo di un baratro in cui ha rischiato trascinare l'intera Europa. Non nomina mai il Cavaliere; tantomeno il Pdl; ma i riferimenti non lasciano spazio a dubbi. E pur negando di essere preoccupato, perchè la la situazione politica è «gestibile», non fa sconti a nessuno.  Dapprima, al suo arrivo a Cannes per una conferenza del 'World Policy', dribbla le domande dei giornalisti. A Roma lo attende il capo dello Stato con il quale, in serata, concorda i dettagli della 'road map' negoziata ieri dal Quirinale con i partiti. Sollecitato nuovamente, però, non si sottrae e nel farlo si leva parecchi sassi dalle scarpe. È preoccupato? «No, la situazione è gestibile nella normalità della vita democratica di un Paese», replica. Poco prima, commentando il Nobel per la pace all'Ue, aveva messo in guardia dal rischio che riemerga il populismo in Europa. Un pericolo anche per l'Italia? «Esiste anche da noi», premette Monti: «È un fenomeno molto diffuso», in cui si «nasconde» la realtà ai cittadini «facendo leva sui loro interessi immediati». Una «scorciatoia» per ottenere il «consenso» con «promesse illusorie» in cui, è l'auspicio, l'Italia non deve «ributtarsi» perchè bisogna evitare di «coltivare le visioni più viscerali» che, se sono «comprensibili» nei cittadini, sono ingiustificabili nei politici.  Dal palco - saltellando dal francese all'inglese con nonchalance - il premier cerca di rassicurare mercati e cancellerie. Nel farlo quasi si giustifica di essere volato all'estero in un momento così delicato. «Qualcuno trova curioso» che io sia qui, ma vorrei parlare del «passo avanti» compiuto dalla politica in questo anno.  Davanti ad una platea in cui spiccano tra gli altri il commissario Almunia e l'ex governatore Bce Trichet, Monti rimarca quale situazione ha trovato al suo arrivo al governo. I riferimenti al Cavaliere non mancano, come quando ricorda che il G8 di un anno fa, «proprio qui a Cannes», certificò in modo «molto pesante» un momento finanziario «estremamente delicato». Poi ripercorre quanto avvenuto. Il ruolo del presidente della Repubblica, la nascita della «strana maggioranza», la collaborazione fra partiti che prima si «delegittimavano» solamente. Rivendica quanto fatto, sottolineando che i «due partiti di centrodestra e centrosinistra» da soli non avrebbero mai potuto varare le «riforme strutturali» elaborate dai tecnici.  Poi, per la prima volta, affronta il tema dello strappo del Pdl. Non senza ironia lo definisce (sempre in francese) un «piccolo» elemento «molto importante» della «dinamica politica». Ricorda l'approssimarsi delle urne, il fatto che comunque si sarebbe votato in aprile, la decisione di «uno dei tre partiti» di ritirare «l'appoggio sistematico» all'esecutivo. Un fatto - assicura - che non mette in nessun modo in discussione il «risanamento» dei conti pubblici sin qui compiuto. Promette che i risultati della lotta all'evasione ripagheranno i «sacrifici», ma esprime anche un auspicio che suona come un monito: «Sarei felice se, nonostante le recenti piccole increspature politiche, non avessimo bisogno» di chiedere aiuto all'Europa per sedare lo spread. Come a dire: se i mercati dovessero reagire male, non resterebbe che rivolgersi a Ue e Bce, con il rischio di ritrovarsi la troika in casa.  L'ultimo monito è affidato ai microfoni di una televisione francese: «Bisogna assolutamente evitare che si ricada» nella situazione in cui ha trovato l'Italia al mio arrivo al governo, quando era un «incendio» che rischiava di far saltare l'intera Eurozona. Nessuna manifestazione di piazza o nuovi predellini: Silvio Berlusconi apre la campagna elettorale da Milanello, 'casà del suo Milan e di fronte ad una platea composta solo da giornalisti. Assediato dai flash e dalle telecamere l'ex capo del governo ufficializza il suo rientro sulla scena: «Ritorno per senso di responsabilità» ma, sopratutto, avverte il Cavaliere, «entro in gara per vincere». Nonostante non fosse un appuntamento elettorale, i toni scelti sono quelli di un comizio in piena regola. Il menù è completo: critiche al governo guidato da Mario Monti, ennesimo attacco alla magistratura, invito a non disperdere i voti ad altre liste moderate perchè altrimenti «sarebbe inutile e dannoso» ma anche l'occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa sul partito ed in particolare sul segretario Angelino Alfano. L'ex capo del governo ribadisce la linea decisa nei giorni scorsi ed annunciata al Capo dello Stato dallo stesso Alfano: il Pdl garantirà l'approvazione della legge di stabilità e auspica una fine «non traumatica» della legislatura. Per il Cavaliere però «dopo i danni dell'esecutivo tecnico» è tempo che la parola torni agli elettori. L'obiettivo è che si ufficializzi il prima possibile la possibilità di andare alle urne con l'election day. La data indicata sarebbe quella del 10 marzo, ipotesi che non dispiace a Berlusconi. Che il Cavaliere abbia ripreso le redini del Pdl oramai è nei fatti. Anzi, l'ex premier mette in chiaro di essere stato  costretto a tornare in campo: «Palazzo Chigi non mi è mancato nemmeno un minuto», il 'problemà semmai è stato l'assenza di un leader. Parole che suonano come una nuova bocciatura di Alfano: «Abbiamo cercato un Berlusconi del 94, ma non lo abbiamo trovato».

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