Sanità, in sicilia meno patologie ma i costi restano alti

Così come la riforma della giustizia è rimasta per tanti anni impigliata nelle contrastate modalità di gestione delle intercettazioni telefoniche, allo stesso modo il dibattito pubblico sulla sanità resta quasi sempre ancorato a questioni di spesa e quasi mai guarda al cuore del problema: la salute dei cittadini. Non che il costo della sanità sia una «variabile indipendente», ma il più delle volte la riflessione si limita, ragionieristicamente, ai numeri. Quasi come se gli effetti sul paziente fossero ininfluenti. Ovviamente non è così.
Stando agli indicatori sanitari elaborati dall'Istat, la diffusione delle patologie più gravi interessa in prevalenza altre parti del nostro Paese e sembra in qualche modo risparmiare la nostra Isola. Si tratta delle patologie che comportano costi più elevati per il servizio sanitario. Per non affogare il lettore tra i numeri, ci limitiamo a sottolineare che nel confronto con il resto d'Italia, la Sicilia registra una minore diffusione di cirrosi epatica, di tumori maligni, di depressione cronica e di demenza senile. Non a caso quindi, la mortalità in Sicilia risulta più bassa. È per questo, ci chiediamo allora, che la nostra Regione potrebbe spendere meno per la sanità? No; la questione è più complessa.
Intanto, c'è un deficit gravissimo di prevenzione. Al riguardo potremmo fare mille esempi, ma ci limitiamo ad uno. Le donne che si sottopongono all'esame della mammografia, in assenza di sintomi e quindi soltanto in chiave di prevenzione, sono 56 ogni 100 nella media italiana ed appena 37 in Sicilia. Meno patologie gravi, meno morti e (purtroppo) meno prevenzione fanno forse risparmiare alla Sicilia spesa sanitaria? In realtà nella nostra regione si verifica esattamente il contrario. L'analisi delle differenze tra le diverse regioni italiane evidenzia quanta parte della spesa sanitaria possa trovare giustificazione, da un lato, nelle caratteristiche sociali e, dall'altro, nel livello qualitativo delle prestazioni e dei servizi erogati ai cittadini.
Guardando ai dati ne discende che la Sicilia e buona parte delle altre regioni meridionali si intestano, contestualmente, un deficit di qualità delle prestazioni sanitarie ed un più elevato livello di spesa; per tacere del fatto che, per fronteggiare gli eccessi di spesa del passato, in Sicilia paghiamo più Irap e subiamo il livello più alto di addizionali regionali e comunali. Con colorita espressione partenopea, si potrebbe dire «cornuti e mazziati».
Secondo un'indagine del CERM, le Regioni a maggior sovraspesa sono la Campania (+32%), la Sicilia (+25%) e la Puglia (+23%). Se tutte le regioni avessero gli stessi livelli di spesa registrati nei territori più efficienti, potremmo risparmiare almeno 11 miliardi di euro all'anno; di questi oltre cinque miliardi sono riconducibili all'inefficienza di Campania e Sicilia (soltanto la nostra regione spende «di più» per oltre 2 miliardi all'anno). Avevamo cominciato con il dire che la sanità non è però soltanto una questione di numeri; dietro ogni euro c'è un paziente. Ed allora, per coerenza, vediamo in sintesi quali sono gli affanni della Sicilia; ci viene in aiuto il Ministero della Salute con la rilevazione sui cosiddetti LEA: i livelli essenziali di assistenza.
Intanto, si eccede con i ricoveri ospedalieri e nell'uso inappropriato dei ricoveri diurni rispetto agli interventi ambulatoriali; più ricoveri, oltre che un costo finanziario, significano un costo morale per il paziente, allontanato dalla propria dimora. Per motivazioni (che fingiamo) oscure, nella media italiana nascono 30 bambini con il parto cesareo rispetto ai 53 della Sicilia. Ancora per motivazioni (che fingiamo) oscure, le uscite per i soli farmaci assommano in Sicilia al 15,4% dell'intera spesa sanitaria, rispetto al 13,5% della media italiana. Nella somministrazione vaccinale per i bambini restiamo tristemente al di sotto della copertura media nazionale; analogamente siamo ben dieci punti percentuali al di sotto del valore nazionale per le vaccinazioni influenzali nell'anziano.
Ancora, gli anziani che in Sicilia ricevono assistenza domiciliare integrata sono appena l'1,5% della popolazione di riferimento, mentre nella media del Paese sono al 4%. Le attività di screening e quindi di prevenzione (tumori al colon retto, alla cervice uterina ed alla mammella) coinvolgono appena il 2% della popolazione siciliana, ma riguardano addirittura il 9% della popolazione nella media italiana! Se non fosse una sconfortante evidenza, potremmo compiacerci invece che le attività di controllo e prevenzione negli allevamenti animali vedono la Sicilia allineata alle «migliori» regioni italiane (sic!).
Quando si operano questi confronti con le singole regioni italiane, il divario diventa abissale; per esempio ogni mille anziani siciliani, quelli che godono di strutture residenziali sono lo 0,6%, mentre in Veneto e Lombardia variano tra il 25 ed il 28%. Infine nell'accesso alle prestazioni di risonanza magnetica la Sicilia vanta (il poco onorevole) primato di essere l'ultima regione in Italia; nella media del Paese si effettuano 7,5 prestazioni per 100 residenti, mentre in Sicilia ci attestiamo appena allo 0,8 per 100 residenti; e dire che spesso si tratta di un accertamento salva vita.
In definitiva, vista dalla parte del paziente, la qualità delle strutture sanitarie è carente in maniera preoccupante; vista dal punto di vista del «cassiere» è addirittura minacciosa; specie dopo che la Regione ha rivelato un debito di 2,5 miliardi di euro soltanto nelle aziende sanitarie provinciali.
Il governo Monti vorrebbe ora introdurre, in materia di compartecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria, una rivoluzione copernicana: fare pagare in funzione del reddito e non più in modo uguale per tutti. Il problema è che per motivi (che fingiamo) oscuri, stando ai redditi Isee, in Sicilia saremmo quasi tutti poveri.

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