I palestinesi ospiti delle Nazioni Unite, pace ancora lontana

Esattamente 65 anni dopo la risoluzione che divideva la Palestina in uno Stato arabo e uno ebraico (ma che gli arabi non accettarono, scatenando la prima guerra contro la neonata Israele), l'Assemblea generale dell'ONU ha riconosciuto ieri sera a stragrande maggioranza all'ANP la condizione di «Stato osservatore non membro». Non è ancora l'ammissione all'Organizzazione, per cui non ci sono le condizioni e che comunque necessita del consenso del Consiglio di Sicurezza, ma è sicuramente un passo avanti, che dà ai palestinesi accesso a varie agenzie come la Corte internazionale di Giustizia. Dopo avere ottenuto l'anno scorso l'ammissione all'UNESCO, Mahmoud Abbas ha così vinto la sua battaglia anche al Palazzo di Vetro, superando la resistenza della stessa Israele, di Washington e di un pugno di altri Paesi occidentali, ma ottenendo per la prima volta il voto favorevole di una quindicina di Stati europei cui - alla ventitreesima ora, si è aggiunta anche l'Italia - e l'astensione di quasi tutti gli altri e in particolare della finora irriducibile Germania. Il risultato, che va oltre le aspettative originarie di Abbas, è dovuto anche all'opportunità di consolidare la sua posizione di fronte ai sui nemici interni di Hamas, che, rafforzati dall'ultimo conflitto per Gaza, al contrario dello scorso anno hanno appoggiato la sua iniziativa, ma soltanto alla condizione (non accettabile all'Occidente) che assuma posizioni più dure nei confronti dello Stato ebraico e con ancora ambigue intenzioni di rientrare nel gioco.
C'è, tuttavia, anche un rovescio della medaglia. Nonostante la defezione di tanti alleati, gli americani sono stati irremovibili fino all'ultimo: «Nessuno si deve illudere», ha fatto sapere il Dipartimento di Stato, «che questa risoluzione produca i risultati cui i palestinesi aspirano e in particolare quello di ottenere un proprio Stato che viva in pace al fianco di Israele». Il parere degli Stati Uniti è che non solo il gesto di sfida di Abbas non muterà in alcun modo la situazione sul terreno, ma potrebbe addirittura indurre il Congresso a tagliare o ridurre i finanziamenti all'ANP. Se poi i palestinesi - come molti sospettano - approfittassero del loro nuovo status per trascinare Israele davanti alla Corte internazionale di Giustizia per presunti crimini commessi nei territori, la situazione potrebbe addirittura precipitare, nel senso di affossare definitivamente quella ripresa dei negoziati di pace che è - almeno a parole - negli auspici di tutti e provocare quelle rappresaglie economiche da cui, se non accadrà nulla di simile, Gerusalemme sembra invece incline ad astenersi.
Se anche, nell'immediato, la risoluzione non produrrà risultati pratici, essa mette comunque in risalto due aspetti nuovi. Primo, l'isolamento di Israele nell'Assemblea generale si è ulteriormente accentuato, inducendo il premier Netanyahu ad ammorbidire, nelle ultime 48 ore, le sue posizioni e assicurare che il suo obbiettivo rimane la pace. Secondo, che ancora una volta l'Europa non è riuscita a presentarsi al Palazzo di vetro con una posizione unitaria, confermando l'irrealismo di chi sogna una politica estera comune e riflettendo probabilmente anche il diverso impatto che stanno avendo sulle cancellerie occidentali gli sviluppi della primavera araba. C'è chi teme che la svolta, evidenziata anche dal «golpe bianco» del presidente egiziano Morsi, già duramente contestato dalla piazza laica, possa sfociare abbastanza presto in un nuovo conflitto arabo-israliano, chi, più ottimisticamente, pensa che per il momento il mondo islamico sia più assorbito dallo scontro tra sunniti e sciiti, dalla guerra civile in Siria e dalle sue difficoltà di assestamento. Una sola cosa è certa: crisi economica a parte, il Medio Oriente rimarrà anche nel 2013 la regione più pericolosa del mondo.

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