La fragile tregua del medio oriente

Ahmed al Jabari, il capo dell'ala militare di Hamas ucciso mercoledì con un raid aereo di alta precisione, era per Israele quello che Osama Bin Laden è stato fino alla morte per gli Stati Uniti: il nemico numero uno, il cervello di tutte le operazioni militari e terroristiche della sua organizzazione (tuttora classificata come «terrorista» da USA e Unione Europea) contro lo Stato ebraico, dal rapimento del caporale Shalit al lancio di 750 razzi - di cui 180 nelle ultime 48 ore, di cui uno è arrivato all'altezza di Tel Aviv - sul sud del Paese dall'inizio dell'anno. Sotto la sua guida, Hamas ha stretto rapporti sempre più stretti con l'Iran, che le ha fornito attraverso il Sinai missili a lunga gittata e stava preparando la vendetta per la sanguinosa operazione «Piombo fuso» con cui, nel 2008-2009, Israele tentò (invano) di ripulire Gaza dagli estremisti. Ecco perchè Obama, pur avendo notoriamente poca simpatia per il premier Netanjahu, ha appoggiato il diritto di Israele all'autodifesa contro gli attacchi missilistici provenienti da Gaza che tengono sotto tiro un milione e mezzo di civili (e ieri ne hanno uccisi tre). Ma lo Stato ebraico non si è fermato all'eliminazione di Jabari: ha minacciato della stessa sorte tutta la leadership di Hamas e nella ultime 24 ore ha sferrato un'altra ventina di attacchi contro Gaza, non solo con gli F-16, ma anche con gli elicotteri Apache e le cannoniere stazionate davanti alla costa, cercando di distruggere il grosso dell'armamentario bellico del nemico, dai depositi di razzi alle rampe di lancio ma provocando inevitabilmente altre vittime. I militari israeliani la definiscono un'operazione di deterrenza che continuerà anche nei prossimi giorni, gli arabi parlano di «aggressione» che Israele dovrà pagare a caro prezzo. È perciò legittimo temere che, mentre ancora infuria la guerra civile in Siria, siamo alla vigilia dell'ennesimo conflitto mediorientale, in cui potrebbero essere coinvolti, oltre alla stessa Hamas, i suoi alleati libanesi di Hezbollah schierati ai confini settentrionali dello Stato ebraico e perfino il nuovo Egitto governato dai Fratelli Musulmani.
Sarà proprio l'atteggiamento del Cairo, dove Israele non può più contare sull'amico Moubarak, a determinare il corso egli eventi. Finora il presidente Morsi, pur ideologicamente molto vicino ad Hamas, si è limitato a richiamare il suo ambasciatore a Tel Aviv, ad aprire il valico di Rafah con Gaza, a mettere in guardia gli israeliani dalle conseguenze delle loro azioni, a convocare una riunione urgente della Lega araba e a chiedere l'intervento di Obama. Ma se non si troverà un modo per fermare le ostilità, sotto la spinta dei suoi alleati salafiti Morsi potrebbe essere indotto a spingersi più in là, fino a denunciare il trattato di pace con Israele concluso da Sadat e Begin nel 1975. Molto, naturalmente, dipende anche da dove intende arrivare Israele. Oltre a mettere fine alla pioggia di missili, Netanjahu, che dovrà affrontare difficili elezioni a gennaio, intende mandare un messaggio a tutti i nemici di Israele in un momento in cui questa si sente di nuovo minacciata da tutte le parti, dalla bomba iraniana a possibili azioni diversive del regime siriano sul Golan. Il premier è sempre stato del parere che prevenire è meglio che reagire e gli imbarazzi di Obama per la sua politica di condiscendenza verso la primavera araba (e in particolare per il disastro di Bengasi) devono averlo incoraggiato ad agire adesso. Tuttavia, una escalation eccessiva potrebbe ritorcersi contro di lui; e per quanto sia un amante del rischio, è difficile che voglia avventurarsi in una nuova invasione terrestre di Gaza. fondi@gds.it

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