Anni di sprechi, alla Regione serve una cura dimagrante

Nulla sarà più come prima in una Sicilia che, per decenni, ha incentrato la propria azione esclusivamente sulla dilatazione della spesa pubblica. Bisogna che l'Autonomia siciliana rappresenti un vantaggio competitivo per i suoi abitanti e non più un privilegio per pochi beneficiati dalla politica. Il debito della Regione, dei Comuni, delle Province, degli Iacp, dei Consorzi Asi, dei Consorzi bonifica e delle Aziende sanitarie supera i 18 miliardi di euro. Per ben quattro volte il governo regionale ha proposto alla Commissione Bilancio dell'Ars interventi di revisione strutturale della spesa, tutti puntualmente respinti.
Sono questi i quattro macigni che si abbattono oggi sulle acque chete del confronto post elettorale in Sicilia; arrivano dalla relazione sui conti della Regione, predisposta dall'assessore Gaetano Armao. La povertà (di idee e proposte) della competizione elettorale appena conclusa, non poteva che specchiarsi in un (altrettanto) povero confronto post elettorale, fatto ancora di mosse e contromosse tattiche, mentre il principale problema sembra quello della individuazione di chi dovrà occupare lo scranno più alto dell'Ars.
Insomma siamo sempre nei vecchi schemi: intanto occupiamo i posti disponibili, per il resto qualcuno ci penserà, magari il governo Monti. Ma, come uno tsunami, la relazione Armao - per la prima volta parla una qualificata voce "interna" di natura tecnica - obbliga ora le forze politiche siciliane, vincitrici e sconfitte, ad una dura presa di coscienza della realtà.
Da anni, ormai, la denuncia della insostenibilità del modello siciliano cozzava contro il muro di gomma innalzato da una politica arroccata nella difesa dell'esistente e complessivamente indifferente alle sorti della Sicilia.
Da anni un uso improvvido dell'Istituto autonomistico ha impegnato le "migliori" risorse politiche locali, con il solo risultato di scatenare le più dure reazioni dei media e dell'opinione pubblica nazionali contro la Sicilia ed i suoi abitanti.
Chi ridarà ai Siciliani la dignità e la credibilità perdute? Da anni ormai la Sicilia vive, più o meno consapevolmente, al di sopra dei propri mezzi; come una famiglia che dispone di mille euro al mese e ne spende regolarmente due mila.
Chi aiuterà i Siciliani a venire fuori da una montagna di debiti che, per la parte oggi conosciuta, sfiora i 18 mila milioni di euro? Il governo italiano ha assunto un impegno inderogabile a livello europeo: raggiungere il prossimo anno il pareggio tra entrate ed uscite pubbliche. Non è mai accaduto nella storia del nostro Paese.
Tra gli altri effetti, la Sicilia dovrà fare i conti con un «Patto di stabilità» sempre più stringente che ci ha già tolto 5.000 milioni di euro e che taglia altri 1.300 milioni di euro soltanto nel 2012.
Le somme spendibili, con esclusione della sanità e dopo avere pagato gli stipendi e le pensioni dei regionali diretti, si ridurranno quindi a poco meno di 1.800 milioni di euro. Come farà la Sicilia a cofinanziare i fondi europei (ed anticipare la quota europea), a fronteggiare la spesa sociale e, principalmente, a trovare i soldi per 70-80 mila forestali, precari ed assimilati?
Come farà la Sicilia a trovare le risorse per i comuni, per i servizi sociali, per la promozione della cultura e del turismo, per l'incentivazione alle imprese, per la tutela del territorio, per il trasporto pubblico locale e le spese per la salvaguardia dei livelli occupazionali ed il sostegno alle imprese ed alla cassa integrazione?
Mentre problemi giganteschi mettono a rischio il nostro futuro, arrivano le prime proposte dagli schieramenti politici. Chi vuole tagliare le auto blu, chi punta a dimezzare il "soldo" dei deputati regionali, chi vuole dimezzare la tabella H, chi punta all'azzeramento delle consulenze. Tutti obiettivi importanti e simbolici, ma appunto di simboli si parla.
Perché non dire chiaramente che tutti questi tagli, se fossero puntualmente, contemporaneamente ed efficacemente attuati, ci porterebbero ad un risparmio, forse, di 30 o magari 40 milioni di euro su un bilancio regionale di 27 mila milioni di euro? Una mosca sulla pelle dell'elefante! Forse che non servono anche i simboli?
Certamente sì, ma quando chi ci amministra mostrerà di conoscere, se non di sapere affrontare e risolvere, i veri nodi che si stanno drammaticamente stringendo attorno al collo della Sicilia? Secondo la Svimez, negli ultimi dieci anni il divario di reddito nord-sud è diminuito di appena un punto; a questi ritmi, osserva, ci vorranno 400 anni per colmare il gap. Ed intanto il reddito dei meridionali è tornato ai livelli del 1997.
Da sei anni consecutivi l'occupazione in Sicilia diminuisce; i disoccupati siciliani hanno superato il 43% ed i giovani siciliani che non studiano e non lavorano sono ormai il 36% del totale. Certo, una azione del prossimo governo regionale che si concentrasse esclusivamente sul pur ineludibile contenimento della spesa, senza urgenti misure correttive e di sviluppo, potrebbe condurre la Sicilia ad un tracollo economico-finanziario. Ma con quale credibilità andremo a bussare alle "cassa" romana?
Possiamo contare sulla forza di trascinamento della congiuntura economica internazionale, ma se la fuoriuscita dalla recessione economica del Paese è prevista per il 2013, presumibilmente tali effetti si dispiegheranno in Sicilia, in linea con l'ordinario disallineamento regionale, non prima del secondo semestre del 2014.
Grande eco ha trovato sui mezzi di informazione la notizia che i siti museali gestiti dalla Regione Siciliana hanno venduto (nel 2011) biglietti ai turisti per un incasso di circa 12 milioni di euro, mentre il solo costo del personale addetto ha superato i 67 milioni di euro. La valorizzazione del patrimonio culturale, obiettivo sempre strombazzato almeno in tutte le occasioni elettorali, si infrange puntualmente sul muro dei numeri.
Gli esempi potrebbero essere tantissimi altri, dalla sanità all'energia, dalle opere pubbliche alla formazione. Ma il risultato cambierebbe molto poco. Che altro deve accadere, prima di assimilare e gestire conseguenzialmente l'uscita dell'apparato regionale, comunale e provinciale dalla gestione diretta dei settori economici in Sicilia?

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