Esuberi a migliaia, la Regione affonda per pagare gli stipendi

È stato messo in mobilità dal Comune di Carnago (Varese), dopo essere stato, per oltre 10 anni, responsabile dell'ufficio tecnico. Protagonista, suo malgrado, della vicenda è un geometra. Il suo, secondo i sindacati, sarebbe il primo caso di licenziamento per esubero nel pubblico impiego. Non sappiamo se sia proprio così; è certo, però, che si tratta del primo di una lunga serie. Ma che cosa ha permesso oggi la fine di un tabù, quello della illicenziabilità di un dipendente pubblico? Formalmente una serie di leggi; sostanzialmente la (inevitabile) presa d'atto che l'esaurimento delle risorse pubbliche rende impossibile il mantenimento di una forza lavoro, spesso eccedente i reali fabbisogni.
Si tratta, come sanno bene i siciliani, di una prassi che ha dilatato oltre ogni misura il numero delle persone a carico del bilancio pubblico. Oggi, complice la più grave crisi economica e finanziaria del Dopoguerra, inizia a prendere forza la consapevolezza che il mantenimento dello statu quo non sia più nelle possibilità di molti enti pubblici. E purtroppo poco importa che si tratti di lavoratori impegnati da molti anni, quando la cassa è ormai inesauribilmente vuota. Con i tempi che corrono, prima o poi sarebbe dovuto succedere. Il Governo di Roma ha deciso di ridurre il numero dei dipendenti pubblici e chiede alle Regioni italiane di fare lo stesso.
Per decenni le forze siciliane di governo hanno «lottato» contro la mancanza di lavoro, brandendo una sola arma: la clava dell'impiego pubblico. Lo hanno fatto facendo passare un messaggio distorto, che si trattasse di una sorta di ammortizzatore sociale, un modo quindi per erogare un contributo alla sopravvivenza, quando invece prevaleva il più bieco clientelismo. Nel rendiconto del giugno scorso, la Corte dei Conti ha dedicato molte pagine alla questione del personale pubblico nella nostra regione e lo ha fatto con toni critici. Nella vulgata corrente il personale regionale ammonterebbe a circa 20 mila unità. La realtà risulta però molto diversa. Il numero dei dipendenti regionali assomma, infatti, a 21.005 unità, cui occorre però aggiungere 16.098 pensionati. La Regione infatti paga direttamente il personale in quiescenza, non avendo operato gli accantonamenti previdenziali.
In tutto quindi i regionali diretti sarebbero «appena» 37.103 unità (almeno a fine 2011) con un costo annuale di 1,7 miliardi di euro. Il dato - osserva la Corte dei Conti - è solo parziale e non tiene conto di altre migliaia di dipendenti. Si tratta di personale, comunque a carico del bilancio regionale, impiegato tra l'altro, presso Aran, Arpa, Fondo pensioni, Resais, Eas, Esa, Italter-Sirap, attività di catalogazione, protezione civile, province regionali, comuni, aziende sanitarie, Ipab, Camere di Commercio, Iacp, Università, centri di formazione, società partecipate ed Enti vari.
A queste vanno poi aggiunte le unità di personale addette alla forestazione, all'antincendio, i precari presso gli enti locali; vanno considerate infine le unità impiegate nella sanità (il cui costo è per metà a carico dello Stato) e quelle del servizio 118. Considerando qualche margine di errore per difetto, si arriva, sulla scorta dei numeri forniti dalla Corte dei Conti, ad una stima di circa 180 mila unità, a vario titolo a carico della Regione, e con un costo complessivo stimabile attorno ai 6 miliardi di euro. Auspicare tagli generalizzati per queste persone - perché di persone parliamo e non di numeri - sarebbe ingiusto oltre che spocchioso. Decine di migliaia di donne e di uomini svolgono con dedizione e lealtà il proprio lavoro. Ma certo sussiste una paradossale contraddizione che va affrontata: in Sicilia c'è, da un lato, un problema di sovradotazione di personale pubblico e, dall'altro, un problema di cronica mancanza di risorse. Ne costituisce un esempio lampante la situazione, nel Comune di Palermo, della Gesip.
A questi lavoratori è stato promesso il posto di lavoro senza un'ora di cassa integrazione; poi si è scoperto che sì, qualche ora di cassa integrazione era inevitabile. Poi è venuto fuori che i soldi per la cassa non c'erano e che quindi restava soltanto... la protesta. Il dato regionale non è meno preoccupante, se addirittura il Vertice della Chiesa in Sicilia ha sentito la necessità di denunciarlo con toni vibranti. Quando nel 2013, le somme spendibili dalla Regione si attesteranno su meno di 2 miliardi di euro (dopo avere pagato stipendi e pensioni dei dipendenti regionali diretti), allora, soltanto in quel momento, fingeremo di scoprire che il piatto langue e che con appena 2 miliardi dovremmo pagare un esercito di precari, addetti alla formazione, all'antincendio ed alle società partecipate, cofinanziare la spesa dei fondi europei, fare qualche investimento, pagare i debiti e fare funzionare la macchina amministrativa. Nel bombardamento di parole della recente campagna elettorale è filtrato un solenne impegno: non fare macelleria sociale.
Impegno nobile, non c'è che dire, ma che sarebbe stato sicuramente più apprezzabile se qualcuno avesse indicato una sola strada praticabile per rendere possibile, allo stesso tempo, la salvaguardia di quasi 200 mila posti «pubblici» con il dramma di altri 700 mila siciliani privi di un lavoro e di una qualunque fonte sostentamento, tranne forse quella della solidarietà familiare. Nel dopo elezioni, a dire il vero, una parolina, piccola ma emblematica, ha fatto timidamente capolino tra le tante affermazioni del neo presidente della Regione: privatizzazioni! Vedremo. Certo dal prossimo anno cadranno molti sudari. Lo Stato ha introdotto l'obbligo del bilancio consolidato; e così, al pari dei grandi gruppi industriali che devono presentare il bilancio unico di tutte le società partecipate, allo stesso modo la Regione siciliana dovrà esporre nel proprio bilancio il debito della stessa Regione, quello degli enti locali, delle Asp, degli Ato e degli Iacp. Qualche cosa come 18 miliardi di euro o, se si preferisce di 35 mila miliardi di lire.
Magari qualcuno si sorprenderà pure che la «risanata» sanità siciliana in realtà si porta ancora in pancia un debito di 2,5 miliardi di euro; ma sarebbe soltanto la prima delle tante, dolorose sorprese in arrivo

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