Tumori a colon e polmone, terapie più efficaci

PALERMO. Nel 1962 alle leucemie infantili sopravviveva non più del 2-3% dei piccoli pazienti. Nel 2007 siamo arrivati all'80%. Ecco uno dei campi in cui i numeri non sono affatto aridi, sono una ricchezza, un sorriso: quello dei risultati dovuti alla ricerca scientifica. Come dire che alla spaventosa idra verranno mozzate le teste. Ercole sta affilando le armi. «A chi vi chiede a cosa serve la ricerca, fornite questi numeri, non vi servono altre parole», ha detto ieri il professor Pier Paolo Di Fiore, ordinario di Patologia all'Università di Milano, intervenendo al convegno «Le sfide della ricerca oncologica AIRC», organizzato in occasione dei 25 anni di attività dell'AIRC Comitato Sicilia, che ha radunato a Villa Igea i rappresentanti delle 160 delegazioni isolane, in rappresentanza dei 100.000 soci. Venticinque anni segnati dalla presenza infaticabile di Arabella Salviati, recentemente scomparsa: tutti, dal presidente nazionale dell'AIRC, Piero Serra al nuovo presidente del Comitato siciliano, Riccardo Vigneri, dal direttore scientifico dell'Istituto nazionale dei Tumori Regina Elena di Roma, Ruggero De Maria al direttore scientifico dell'AIRC, Ines Colnaghi, dalla vicepresidente siciliana, Chiara Catania alla moderatrice Cettina Raniolo Cassì, hanno ricordato questa discendente dei Florio che, munita di «diplomatica autorevolezza», ha raccolto fondi per la ricerca e ha diffuso in Sicilia il concetto di prevenzione, lasciando «un formidabile senso di missione».
L'AIRC, nata nel 1965, copre il 40% della spesa nazionale per la ricerca: nel 2011 ha supportato la ricerca oncologica con 99,4 milioni di euro, più di quanto ministero della Salute, Cnr e fondazioni statali abbiano insieme destinato al cancro. Per rendere «il cancro sempre più curabile» il Comitato Sicilia, tra il 1987 e il 2001, ha contato su oltre 52 milioni di euro, divisi tra 91 borse di studio e 312 progetti di ricerca. Questi numeri, sommati a quelli di tutta Italia, non magicamente, ma attraverso lunghi anni di laboratorio, sono capaci di regalarci altri numeri che parlano di maggiori guarigioni a fronte di un'incidenza della patologia sale: oggi sono 2 milioni e mezzo le persone che vivono con una diagnosi di tumore ed è dovuto a malattie oncologiche il 30% delle cause di morte. Sul fronte delle guarigioni, però, il 61% delle donne e il 52% degli uomini vive a 5 anni dalla diagnosi, soprattutto nei casi di tumore al seno (87%) e della prostata (90%).
Coltivare cellule ed esplorare il genoma è stata una sfida ardita: «Tra la scoperta del genoma e la conquista della luna c'è, in termini di complessità, la differenza che passa tra una tesi di laurea e una licenza elementare», ha detto Di Fiore che ha incentrato il suo intervento sulla medicina molecolare, quel passaggio epocale dalle ricerche sui batteri a quella sulle cellule. E una formazione tumorale altro non è che un insieme di cellule dentro le quali, per i motivi più vari, si vengono a trovare una manciata di mutazioni a carico di geni chiave. La massa di conoscenze oggi è capace di indicare il funzionamento più intimo del nostro corpo e le patologie a esso connesse». Un salto concettuale. «La rivoluzione genomica è una scoperta che va oltre il senso scientifico, tracima nella percezione di noi stessi ma non tutti ne hanno compreso la valenza. Gli studi di Dulbecco e del suo gruppo sul genoma umano ci hanno consegnato un “ricettario” su come siamo fatti. La sequenza del genoma umano è lunga tre miliardi di basi, una base è paragonabile a una lettera dell'alfabeto e, scritta in un'unica sequenza, diventa 26 volte l'Enciclopedia britannica».
Divaga dalla medicina. Ma non troppo: «È vero che siamo composti da tre miliardi di lettere ma siamo uguali tra noi al 99,9%. La differenza sta tutta il quello 0,1%, quindi su basi scientifiche è possibile affermare che non esistono razze». Ritorna: «La rivoluzione ci offre la possibilità di un approccio olistico nel considerare non la malattia ma la cura del paziente che porta quella malattia». Vigneri, catanese, è pronto a continuare nel segno della Salviati: «La Sicilia è ai primissimi posti in fatto di donazioni ma riceve meno rispetto a quanto dà. Se l'Italia è quasi un fanalino di coda europeo nella ricerca, la Sicilia ne rappresenta l'amplificazione e il gap in campo oncologico è piuttosto marcato. Le donazioni siciliane favoriscono il finanziamento della ricerca in altre regioni ma è pur vero che al paziente oncologico non interessa dove viene trovata la soluzione al suo problema, vuole che sia trovata. Quindi è l'eccellenza della ricerca che deve essere perseguita».
De Maria: «Ci siamo posti l'obiettivo di trovare delle terapie più efficaci nel tumore del colon e del polmone. Il nostro gruppo di ricercatori ha identificato e scoperto le cellule staminali dei tumori del colon e del polmone. Abbiamo la possibilità di riprodurre i tumori dei pazienti in laboratorio e di cercare le terapie più appropriate». La Colnaghi strappa applausi: «I soldi che riceviamo vengono dati da milioni di persone con enorme sacrificio: chiunque ha il dovere di eseguire il mandato di questa gente. Altrimenti non sarebbe una persona normale». Anche nel Paese dei Fiorito.  

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