«Amianto killer» a San Cataldo, in aula i vertici della Soilam Gfm

Devono rispondere di omicidio colposo e di lesioni colpose

SAN CATALDO. Tornano in aula i vertici della della «Soilam Gfm» chiamati a rispondere di omicidio colposo, lesioni colpose e violazione delle norme speciali in materia di trattamento dell’amianto. Processo, quello legato alla maxi inchiesta ribattezzata «amianto killer», appena ripartito da zero dopo sette anni d’udienze cancellate in sol colpo. Sul banco degli imputati siedono Giuseppe e Santo Marcenò (difesi dagli avvocati Giuseppe Dacquì e Pietro Pistone). E sono una quindicina le parti offese, tutti ex dipendenti della stessa società - compresi i familiari di un ex addetto al reparto di produzione che poi è deceduto - dei quali otto si sono costituiti parte civile in dibattimento (assistiti dall’avvocato Diego Perricone). Stesso ruolo rivestito da Legambiente (assistita dall’avvocato Giovanni Annaloro). Secondo il teorema della procura gli ex dipendenti dell’azienda sarebbero stati per anni a stretto contatto con le letali polveri d’amianto che si lavoravano nello stabilimento. Su sacchi che contenevano la stessa sostanza – hanno pure spiegato ex operai agli inquirenti – si sarebbero seduti, usandoli come sgabelli, per consumare i pasti in ditta. A fare da cornice, le perizie contro di accusa e difesa. Il medico legale Giuseppe Ragazzi, esperto incaricato dalla procura è giunto alla conclusione che «talune patologie riscontrate su ex dipendenti erano riferibili all’inalazione di polvere di amianto». A fare da contraltare le deduzioni dello pneumologo Cataldo Arcarisi, specialista che per conto della «Gfm» che in passato ha visitato gli stessi dipendenti e che è giunto alla conclusione che «parecchi operai erano fumatori ed i problemi di salute riscontrati su di loro erano comuni e, comunque, non riconducibili all’amianto». Verità contro al vaglio del giudice Antonia Leone.

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