Assenteismo, non è solo la politica a non cambiare

È di ieri la notizia che le assenze dal lavoro del personale della Regione Siciliana sono sensibilmente aumentate nei mesi estivi. In generale, il tasso di assenteismo tra i dipendenti pubblici è mediamente più alto che nel lavoro privato; autorevoli confronti internazionali lo stimano, nella media italiana, il 20% in più. Ma quando, come nel caso della Sicilia, l'assenteismo si accompagna ad una eccessiva dilatazione del numero dei dipendenti pubblici, il costo per la collettività diventa insopportabile. Insomma le «anime belle» albergano anche nel mondo dei lavoratori.
Questo problema si carica di evidenti ripercussioni sociali. La soluzione non può essere quella della «macelleria sociale», tuttavia non può neanche essere questo lo scudo protettivo da opporre a qualunque possibile soluzione del problema. In ogni caso ci sono tante altre questioni, collegate alla dilatazione del numero degli addetti, che investono l'intera società siciliana. Insomma non è un «menage a trois» tra le forze politiche, i sindacati ed i lavoratori stessi. In questa partita entrano a pieno titolo molti altri soggetti. Sono i giovani siciliani che vedono inesorabilmente preclusa, per almeno una generazione, la possibilità di competere per un posto di insegnante, di dipendente regionale o provinciale o comunale. Sono i contribuenti siciliani chiamati a subire, più che in altre zone d'Italia, il peso di imposte aggiuntive, generate dalla necessità di fronteggiare scelte clientelari, falsamente assistenziali e comunque sbagliate. Sono le famiglie e le imprese siciliane che, per paradosso, devono patire la evidente dequalità dei servizi pubblici e di quella parte della burocrazia che uno studioso ha recentemente definito la «peggiocrazia italiana».
Nel rendiconto del giugno scorso, la Corte dei Conti dedica molte pagine alla questione del personale pubblico nella nostra regione e lo fa con toni critici. Nella vulgata corrente il personale regionale ammonterebbe a circa 20 mila unità, ma la realtà risulta molto diversa. Il numero dei dipendenti regionali assomma in realtà a 21.005 unità, cui occorre però aggiungere 16.098 pensionati. La Regione infatti paga direttamente il personale in quiescenza. In complesso, i dipendenti interamente e direttamente a carico del bilancio regionale sono 37.103 unità con un costo annuale di 1,7 miliardi di euro. Il dato - osserva la Corte dei Conti - non tiene conto però degli ulteriori oneri che gravano sul bilancio regionale. Si tratta di personale impiegato, tra l'altro, nella forestazione, nell'antincendio, nella formazione, nella società partecipate, in enti come Aran, Arpa, Fondo pensioni, Resais, Eas, Esa, Italter-Sirap, nell'attività di catalogazione, nella protezione civile, in comuni, tribunali, scuole regionali, aziende sanitarie, Ipab, Camere di Commercio, Iacp, Università. A queste vanno poi aggiunte le unità di personale addette alla sanità (il cui costo è per metà a carico dello Stato) e quelle al servizio 118. E poi ci sono i precari che premono alle porte.
Secondo un'indagine del Formez oltre la metà di tutto il personale pubblico in attesa, in Italia, di regolarizzazione, si trova in Sicilia. Insomma considerando margini di errore dovuti ad alcune mancate quantificazioni, si arriva, sulla scorta dei numeri elaborati dalla Corte dei Conti, ad una stima di circa 170 mila unità, a qualunque titolo a carico della Regione, ivi includendo i precari che premono per la stabilizzazione, e con un costo complessivo stimabile che si avvicina ai 6 miliardi di euro. La stessa Corte ha denunciato poi l'abnorme ricorso ai permessi sindacali: nella media dei dipendenti pubblici italiani si arriva a poco più di 70 minuti per dipendente, mentre in Sicilia si superano i 770 minuti; quasi undici volte di più. Dalle prime indicazioni di programma fornite dai candidati alla Presidenza della Regione Siciliana arrivano ancora scarne indicazioni: da chi propende a mantenere la situazione attuale, a chi accenna vagamente ad ipotesi di intervento. E tuttavia una domanda si pone prepotente: quanti sono i siciliani che credono nei valori del lavoro, del merito e della competenza professionale? C'è da sperare che in una parte non piccola della società siciliana si affermino due linee di fondo: lo sviluppo economico come chiave per ogni politica di rinascita della Sicilia e la consapevolezza che il maggiore ostacolo allo sviluppo sia proprio la configurazione attuale dell'apparato pubblico regionale che occorre quindi drasticamente riformare: liberalizzandolo per indurre concorrenza, smagrendolo per diventare produttori di servizi efficienti.
Come sarebbe possibile passare dall'utopia al reale? Lo sforzo e l'impegno non possono che essere collettivi. Se esiste infatti una classe politica poco responsabile, il più delle volte preoccupata soltanto del consenso, esiste anche una classe di cittadini bramosi di soldi pubblici e di privilegi. Resta sempre molto attuale il giudizio che De Gasperi formulò oltre 60 anni fa, quando giudicò il 20% degli uomini politici peggiore della media degli italiani, il 20% migliore ed il 60% del tutto eguale! Insomma, quando guardiamo alla classe dirigente italiana (e siciliana), dobbiamo essere consapevoli di trovarci davanti ad uno specchio. fondi@gds.it

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