Sicilia, Editoriali

Lo Zingaro nero e la grande sfida

Viaggio nella riserva che vuole rinascere dopo il disastro provocato dalle fiamme. “Il ciclo vitale farà il suo mestiere, la bellezza risorgerà. E la politica? Documenteremo la rinascita, di mese in mese”

Fotografo di nuovo lo Zingaro. Dal mare celeste di Uzzo con i suoi ciottoli chiari fino a Borgo Cusenza, con il grappolo di case di pietra tra le cime del parco. Scorro con l’obiettivo i luoghi di oggi, ricordando i colori di ieri, prima dei grandi fuochi d’agosto. Il verde dei mandorli e delle palmette, il giallo dei campi di disa, il blu forte e intenso delle calette di Scopello, l’azzurro che gioca col verde e col nero nella prima caletta entrando da San Vito… Ora lo Zingaro è uno spazio tetro. Dominato dal marrone e dal nero. Neri i monconi delle palmette travolte e gli arbusti degli alberi ridotti a scheletri. Marroni le valli e le alture nude. Neri i tronchi, i rami e le cortecce. Marroni le valli che muovono verso il mare segnate da bianchi sentieri come giganteschi serpenti. Uno strazio. Che suscita amarezza e rabbia.
Il forestale Franco Stabile, che guida la piccola Panda con la quale ci arrampichiamo lungo ripidissime strade sterrate, mi racconta della lotta contro le fiamme condotta dalla natura e dagli animali. I sugheri, piccoli e leggeri, hanno resistito. Le querce, possenti e forti, sono state invece ingoiate dal fuoco. E poi i cavalli. Ne ha contato ventisei vivi ma con i suoi occhi ha visto e contato sei corpi senza vita: «I piccoli non ce l'hanno fatta. Sono stati asfissiati dal fumo». Altri mi dicono di cinghiali trovati morti. Ma i conti non sono ancora fatti. Resta il sollievo per quelle aree di natura che hanno vinto nella lotta contro le fiamme. Ma si è a un paradosso triste. Nella valle che precede lo Zingaro, tra il Salce Grande e il Salce Piccolo, i fuochi si sono fermati dove le piante erano verdi. Lo erano perché ancora giovani, cresciute in fretta dopo gli incendi che le avevano distrutte l'anno scorso.
Ora gli uomini dello Zingaro hanno superato lo sconforto. E lanciano a turisti e visitatori messaggi di ottimismo. La disa ricrescerà presto. Già entro settembre, dopo le prime piogge. Le palmette rinverdiranno dopo pochi mesi. Poi tutto il resto negli anni... Si è ad una tragedia intollerabile. Gli alberi, le erbe, le piante hanno i loro tempi, il loro corso naturale. Il fuoco interrompe tutto. E si deve ricominciare. A Borgo Cusenza prima di arrivare alle case di pietra, tutte in fase di restauro, c'è un abbeveratoio ai cui fianchi è scolpita la data della sua costruzione: 1691. Da secoli questo Zingaro ha nell'uomo ora un alleato ora un carnefice. Resiste, contrasta e vince. Dovrebbe adesso imporsi un diverso ordine delle cose. Con gli alleati che prevalgono sui carnefici per scongiurare questa lotta inutile e distruttrice.
Ritorno a valle, preso dalla speranza che prevale in questi giorni nelle aree colpite dalle fiamme. Lo Zingaro è piegato, certo, ma è vivo. Anzi, ti seduce ancora con i suoi paesaggi scuri e pietrosi. Con i suoi colori lunari. Nero e grigio cenere, abbiamo detto. Ma non mancano allegri guizzi rosso arancio dei cespugli di mirto. Piante bruciate ma non vinte. Poi, a valle, gli stessi monconi scuri delle palmette si sollevano dritti davanti al mare azzurro (e non mancano gli ingorghi delle molte barche troppo vicine alla costa). Quasi che l'anima segreta del parco si sollevi forte per dirti che qui niente è prono, che ogni cosa rinascerà. La natura farà il suo mestiere. Lo Zingaro risorgerà. Speriamo gli uomini sapranno fare il proprio. Tutti devono fare di tutto per impedire il ripetersi dello strazio. Non sempre è così. Vedo, da profano, che il fuoco non è invincibile. Dalla sua furia devastante si sono salvate le strutture di legno realizzate per gli spuntini dei turisti. A Borgo Cusenza sono intatte le case. Perfino le tettoie di paglia che, percosse dal sole, riflettono sulle facciate bellissimi giochi di luce. E salve, tutto intorno a monte e a valle, restano macchie di fichidindia ricchi di frutti, cespugli di disa e graziosissimi fasci di carline, deliziose margherite dai petali bianco argentati. Sì, la natura farà il suo mestiere, lo Zingaro risorgerà. E la politica?
Lo Zingaro è tutelato e protetto rispetto agli altri. Ma non ha retto. Perché è integrato naturalmente al suo territorio. Non si può proteggere il primo lasciando sguarnito il secondo. Non hanno appiccato il fuoco contro il parco. Le fiamme sono nate lontano da qui. Vengono da Buseto, paese di boschi. Hanno corso per chilometri, nelle campagne di Custonaci e Purgatorio, di Castelluzzo e Macari. E i soccorsi sono arrivati tardi. «Dopo diciotto ore di inferno» protestano in molti. La polemica è ancora viva. Ma è giusto spegnerla qui. Pensiamo al dopo. Bisogna organizzare uomini e mezzi per bonificare, sorvegliare, investigare e tutelare. Anche l'emozione e la rabbia, come le estati e le vacanze, passano. Lo Zingaro nero resta. E questo giornale vuole restare dentro il parco. Per documentare, di mese in mese, i passaggi della natura e gli interventi degli umani. Racconteremo la bellezza che nasce o si riforma in questi spazi di verde e di mare. Con lo Zingaro l'economia di un'intera area è cresciuta. In molti hanno ricevuto benessere e agiatezza. Questi criminali che bruciano alberi e boschi non sono solo feroci. Ma anche stupidi. Per questo l'azione di contrasto deve essere più accorta di quanto non sia stata finora. Per una grande risposta dopo il grande fuoco.

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