La Sicilia dai grappoli tutti d’oro Ecco l’uva che non conosce crisi

Due le zone di eccellenza: Canicattì e Mazzarrone. Diciassettemila ettari vitati, 4,6 milioni di quintali prodotti, quattro province e 30 Comuni coinvolti

PALERMO. Diciassettemila ettari vitati, 4,6 milioni di quintali prodotti, quattro province e trenta Comuni coinvolti. Sono i numeri della produzione di uva da tavola in Sicilia nei due poli di maggior pregio ai quali il ministero delle Politiche agricole ha concesso, ormai da anni, il marchio di Indicazione di origine protetta. Si tratta di Canicattì e Mazzarrone, la Sicilia occidentale e quella orientale unite da una linea ideale. Le due Igp, infatti, oltre al territorio di denominazione, abbracciano diversi altri paesi: 24 quelli della Igp Canicattì, tutti a cavallo tra le province di Agrigento e Caltanissetta; sei quelli della Igp Mazzarrone, tra Catania e Ragusa.



COSI' NASCE IL SOGNO
Una storia che comincia quarant’anni fa quando, negli anni Settanta, si afferma la coltivazione dell'Uva Italia, a seguito dell'investimento di alcuni agricoltori ma anche da parte di professionisti non legati alle campagne. In pochi anni l'Uva Italia fu in grado di sostituire la gran parte delle colture: cereali, leguminose, mandorlo.


LE VARIETA'
La varietà più diffusa è l'Uva Italia, che rappresenta circa il novanta per cento della produzione totale e che si trova in commercio da agosto a dicembre. La Italia, incrocio tra le varietà Bicane e Moscato d'Amburgo, è anche la cultivar più apprezzata, con grappoli dal peso medio fra gli 800 grammi e il chilo, caratterizzati da acini di dimensioni medio-grosse, dorati e croccanti, con aroma di moscato. Qualità queste che hanno fatto apprezzare il prodotto in tutto il mondo.
Altre varietà sono la Red Globe e le precocissime uve Vittoria, Black Magic e Matilde, coltivate soprattutto nelle zone marine, che arrivano a maturazione a giugno per restare in commercio fino ai primi di settembre.
Meno diffuse, almeno sul mercato italiano, le uve apirene bianche quelle senza i vinaccioli, che invece vanno per la maggiore nei Paesi anglosassoni.

IL MERCATO
Ma il mercato dell'uva come sta reagendo alle pressioni della crisi? «L'annata sembra promettere bene - spiega Giovanni Picarella, agronomo di una multinazionale francese di Nutrizione vegetale e assesore comunale a Mazzarrone con delega all'Agricoltura -. Certo, siamo rammaricati per l'introduzione di concorrenti del mercato nordafricano, con cui è difficile competere ma la qualità del nostro prodotto è sicuramente la carta vincente».
«Alti i costi di produzione con ricarichi elevati - spiega Giò Cani, produttore e vice presidente della commissioine Attività produttive del Comune di Canicattì -: i prezzi di vendita dell'uva sul vigneto sono tra cinquanta e settanta centesimi al chilo, per arrivare al consumatore finale sui 3,50-4 euro». E poi c'è chi continua a crescere, come Giuseppe Cani, i cui acini quest'anno approderanno su nuovi mercati dell’Europa orientale come Romania, Polonia, Estonia, Lettonia ma anche mete impensabili fino a pochi anni fa: Emirati Arabi e Brasile.

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