Lo Bello: "Un pezzo di società non ha colto i segnali di crisi"

Intervista al vice presidente di Confindustria, che nei giorni scorsi aveva sollevato il rischio default della Sicilia: "Era una provocazione per far riflettere, i problemi sono sotto gli occhi di tutti. Adesso spero che il voto possa portare un profondo rinnovamento. E servono gli investimenti dei privati"

PALERMO. Adesso è scoppiata anche la rivolta della Casta. Il ritardo nel pagamento degli stipendi ha eccitato gli animi dei novanta componenti dell'Ars. Anch'essi, ora, lamentano la trasandatezza con cui la giunta ha gestito le risorse. Ivan Lo Bello, siracusano, vice presidente di Confindustria non ha avuto esitazioni nel sollevare il tema della crisi finanziaria della Regione. Ha auspicato l'intervento incisivo del governo per mettere sotto tutela i conti. Monti ha colto il disagio convocando Raffaele Lombardo. In Sicilia, però, le reazioni alle parole di Lo Bello sono state assai meno concilianti. Quelle usate dal Presidente della Regione, nel corso di una conferenza stampa erano vicine alla diffamazione.



Rifarebbe quella provocazione?


«Più che una provocazione era un ragionamento per riflettere sulle ragioni antiche e recenti della crisi finanziaria. Era un modo per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica su un problema ormai evidente come lo stato di liquidità dell'amministrazione regionale. Un po' come accade nelle aziende quando viene chiesto l'intervento di un revisore per certificare lo stato dei conti. Un'operazione di trasparenza».


Tanto più urgente adesso che sono in ritardo gli stipendi a Palazzo dei Normanni: la sua è stata quasi una profezia, non trova?


«Più che una profezia era il frutto di una lunga riflessione. Tre considerazioni che rendevano evidente la situazione: la difficoltà di bilancio della Regione non è un fatto episodico ma, purtroppo, un dato strutturale. Da alcuni anni».


Quali sono queste considerazioni?


«La prima riguarda la composizione del bilancio della Regione che ha perso ogni flessibilità perché gravato da un eccesso di spesa corrente. In gran parte destinata al personale e ai trasferimenti. Molto meno agli investimenti».


Molto assistenzialismo, poco sviluppo.


«I valori sono sotto gli occhi di tutti. La disoccupazione ha raggiunto la soglia del 19,5%. Si tratta solo dei dati ufficiali perché poi bisogna aggiungere tutti i siciliani, giovani e meno giovani che, stanchi di non trovare lavoro hanno anche smesso di cercare. Insomma, da questo punto di vista, purtroppo siamo vicini alla Spagna».


E anche alla Grecia. Insomma, la Sicilia prende i vizi di una parte e anche dell'altra.


«C'e' un pezzo della società siciliana che non ha colto i segnali della crisi. Il paradosso riguarda direttamente i 20 mila dipendenti regionali. Nessuno di loro si rende conto del rischio che corre. Forse solo adesso, visto il ritardo negli stipendi all'Ars qualcuno comincia a capire. Come i pensionati pagati direttamente per cassa. Una procedura molto pericolosa che esiste solo in Sicilia. Effetto di un'autonomia che, purtroppo, ha finito per danneggiare tutti e tutto. Probabilmente se fossimo stati controllati dallo Stato i 30 mila precari e 30 mila forestali oggi contribuirebbero con altri lavori alla crescita dell'economia isolana».


Servirebbe uno scossone. Chi può darlo?


«Solo gli investimenti privati. Non certo la spesa pubblica. Evidente, però, che il cambiamento passa attraverso la riforma della pubblica amministrazione e il mutamento della prevalente cultura politica».


Questo ci conduce alla seconda considerazione di fondo.


«Esattamente. La politica dei tagli varata negli ultimi due anni, prima da Berlusconi e adesso in maniera ancora più incisiva da Monti ha ridotto le risorse disponibili a Comuni e Regioni. La Sicilia non è sfuggita alla politica di rigore. Tuttavia avendo un bilancio molto rigido sul lato delle uscite ha avuto difficoltà ad adeguarsi. Da qui la crisi di liquidità di questi giorni».


Ma lo Statuto speciale offre molte difese. A cominciare dal fatto che lo Stato deve riversare il gettito delle grandi imposte raccolte in Sicilia: Iva, Irpef e Ires. I ritardi danno ragione a Lombardo: Roma è inadempiente. E allora?


«Su questo bisogna essere molto chiari. È vero, ci sono quindici miliardi di residui attivi. Si tratta di un credito che la Sicilia vanta a vario titolo. Tuttavia c'è un grande problema, ossia l'effettiva esigibilità del credito. Voglio dire: lo Stato non versa questi soldi perché inadempiente e inefficiente o perché, forse, la previsione di entrata era troppo "generosa"?. È un tema su cui occorre fare chiarezza e mi sembra che in questo senso fra le recentissime indicazioni del governo Monti è prevista un'operazione trasparenza».


Lombardo grida al complotto dei soliti poteri forti contro la Sicilia. Cambierà qualcosa con le dimissioni?


«Bisogna finirla con la storia dei poteri forti che sono stati a lungo la giustificazione contro le riforme. Anche uno spiffero di vento per far paventare l'esistenza di un burattinaio ignoto che lavorava ai danni della Sicilia. Oggi, purtroppo, a Palermo come a Roma esistono solo poteri deboli che combattono contro una crisi di vasta portata. Il governo Monti, in questa situazione si sta muovendo con grande senso di responsabilità imponendo regole di rigore anche alla Regione, dettando, sostanzialmente, il piano di spending rewiew per la prossima legislatura».


Insomma anche Palazzo dei Normanni avrà il suo fiscal compact.


«Direi di si. Per questo spero che dalle urne emerga un profondo rinnovamento. Una classe politica in grado di capire che lo sviluppo vero consiste nel superare il concetto assistenzialismo come chiave del consenso politico e della coesione sociale. Serve, invece, il recupero di un paradigma forte dell’autonomia speciale. Non certo quell'autonomia senza responsabilità che è stata la cifra di questi decenni. Fortunatamente abbiamo il governo nazionale che da ora in avanti guarderà con maggior attenzione a quanto accade in Sicilia regolando, all'occorrenza, il flusso dei finanziamenti.


Con le dimissioni di Lombardo c'è la seconda interruzione anticipata della legislatura in Sicilia. Nel 2008 l'uscita di Cuffaro era stata determinata dalla condanna. Però era stata preceduta dall'offensiva di Confindustria attraverso gli interventi di Montezemolo, allora presidente in carica e di Antonello Montante. Adesso la spinta definitiva è arrivata dalla sua intervista al "Corriere della Sera". Lombardo insiste sul complotto: che cosa risponde?


«Capisco la retorica politica, ma l'idea del complotto è una sonora balla. Gli interventi di nuovi imprenditori, a differenza di quanto crede Lombardo, non sono dettati da cattiva predisposizione d'animo verso il presidente. Parlare sempre di trame oscure serve unicamente a schivare il nocciolo dei problemi. Tanto più che quattro anni fa ero proprio agli esordi della vita associativa e quindi non avevo ruolo. Gli interventi di noi imprenditori non vogliono demolire. Casomai il contrario: sono dettati dal grande amore verso un'isola che ha grandi potenzialità di sviluppo. Pensiamo ai tanti che hanno ostacolato la nostra terra auspichiamo un cambiamento profondo».

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