Palermo, pasticcere riconosce estortore in aula

Il titolare di una attività commerciale di Vergine Maria a Palermo ha riconosciuto il suo aguzzino durante il processo. "E' lui", ha detto senza esitazioni davanti alla quinta sezione penale indicando Domenico Marchese, accusato anche di avere agevolato la mafia

PALERMO. Il titolare di una pasticceria del quartiere Vergine Maria a Palermo ha riconosciuto il suo estortore in aula. "E' lui", ha detto senza esitazioni davanti alla quinta sezione penale indicando Domenico Marchese, accusato anche di avere agevolato la mafia.
"E' venuto da me dopo la prima richiesta di pizzo che mi era stata fatta da Davide Schillaci - ha spiegato il commerciante - Mi ha detto che ci potevamo accordare per 1.500 euro a Natale e Pasqua più 500 euro al mese. Ho pagato dal 2008 al 2009". L'inchiesta in cui è finito in manette Marchese, assieme ad altre quattro persone che hanno scelto l'abbreviato, è la prosecuzione di una indagine della dda coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio de Francisci e dai pm Caterina Malagoli e Francesco Grassi, nata nel corso della ricerca del boss Gianni Nicchi.
L'indagine, che consentì di ricostruire l'organigramma del clan dei Pagliarelli, ha portato all'individuazione del gruppo di estortori che ha taglieggiato per anni la pasticceria palermitana. Dall'inchiesta, inoltre, è emerso che ai commercianti ogni settimana viene imposto l'acquisto di tagliandi della lotteria al prezzo di novanta euro a blocchetto.
In questo modo la cosca nasconde l'imposizione del pizzo dietro un'attivita" clandestina ma comunque molto popolare nelle borgate palermitane; inoltre l'assoggettamento indistinto di tutti i commercianti consente alle famiglie di incassare 9000 euro a settimana che si aggiungono alle "ordinarie" estorsioni.

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