Niente tagli e la casta brinda

La spending review sembra andare avanti a vele spiegate, nonostante i «no» dei sindacati, dell’Upi e di tutte le altre organizzazioni colpite dai ridimensionamenti. Una cosa però sembra certa: dai tagli si salverà, ancora una volta, la classe politica

Tutto si taglia, tranne le caste politiche. Il primo decreto di revisione della spesa pubblica sta per essere varato: si tagliano i piccoli ospedali, i tribunali territoriali, il pubblico impiego (militari compresi), gli enti locali, si accorpano le province, ridotte del 50 %, con le città metropolitane. Insomma la spending review sembra andare avanti a vele spiegate, nonostante i «no» dei sindacati, dell’Upi e di tutte le altre organizzazioni colpite dai ridimensionamenti.
Non sappiamo ancora se le sforbiciate potranno arrivare ai 10-15 miliardi di euro, tali da rinviare di un anno l’aumento di due punti dell’Iva. Una cosa però sembra certa: dai tagli si salverà, ancora una volta, la casta politica. Infatti neppure il rischio dei grillini e degli altri movimenti, nati fuori e dentro i partiti tradizionali, sembrano preoccupare i vertici dei tre partiti che sostengono il governo Monti. Infatti, le tre forze politiche sono convinte che solo una legge elettorale (il progetto di riforma sta per essere definito proprio in questi giorni) può limitare l’influenza di questi «estranei» del sistema politico,che se conquistassero una consistente forza parlamentare (il 20 % dei consensi) potrebbero provocare -per la loro forte carica antisistema- un processo di ingovernabilità del paese.
Il Pdl, il Pdl e l’Udc (il terzo polo di fatto non esiste più) però non riescono a battere le resistenze interne delle lobby parlamentari.
Anche i presidenti Fini e Schifani, che abbiamo di recente incontrato, ci hanno candidamente  confessato  la loro impotenza nel ridurre i costi della politica e delle istituzioni e, nel caso specifico, le spese delle massime istituzioni della Repubblica. Persino per ridurre le spese dei commessi, dei portaborse e dei ristoranti interni si sono combattute battaglie titaniche e non sempre vittoriose. In realtà, sfrondando sfrondando, nonostante impegni conclamati e solenni promesse, si è fatto molto poco: i vitalizi sono stati eliminati solo in parte, il numero dei parlamentari è rimasto identico, la stessa cosa vale per la selva delle indennità e per gli altri privilegi. Lo stesso discorso vale, persino aggravato, per i consiglieri regionali, dove sarebbe troppo lungo elencarne i privilegi.
Citiamo, solo per esemplificare, il caso della regione Lazio, dove la Uil ha documentato che si possono risparmiare almeno 50 milioni l'anno, riducendo il numero dei consiglieri da 70 a 58, eliminando i vitalizi dei consiglieri e un lungo elenco di sprechi regionali. Se questa ricerca la estendiamo a livello nazionale forse quei 10 miliardi che andiamo cercando con la lanterna di Diogene l’avremmo già trovati. A proposito della riduzione del numero dei parlamentari ci dobbiamo correggere: il Senato ha approvato il 22 giugno una debole sforbiciata al numero dei deputati (508,invece degli attuali 630) e dei senatori (da 315 a 254). Ma, nonostante il taglio «leggero», nessuno crede che ci si possa arrivare perché i tempi, ormai strettissimi, non consentono, col passaggio alla Camera e il ritorno al Senato, l’approvazione definitiva.
Del resto questo è un metodo ampiamente sperimentato anche nei consigli regionali. In Sicilia le prossime dimissioni di Lombardo impediranno ogni proposta di tagli. Le caste continueranno felicemente a brindare.

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