La fine del calcio all'Italiana

Gli azzurri di Prandelli hanno espresso un calcio proficuo, spesso divertente ma soprattutto diverso rispetto alla stessa tradizione italica. Tanto diverso da avere approcciato la finale con i maestri spagnoli con piglio eccessivamente spregiudicato

Il primo campionato europeo organizzato in due nazioni - un torneo che a nostro parere non ha deluso sul piano dello spettacolo nonostante le figuracce di squadre molto attese come Olanda e Russia - ha confermato che la Spagna oggi è la scuola calcistica più importante del continente, a dispetto della finale anglogermanica in Champions League. Ed è davvero un fatto assai singolare che uno dei paesi sul piano economico più inguaiati d’Europa, con un tasso di disoccupazione oltre il 20% (mezzo punto lo ha recuperato a giugno) riesca a esprimere due potenze calcistiche del calibro di Barcellona e Real Madrid, fucine di campioni (moltissimi fatti in casa) e di trofei. E una Nazionale che continua a vincere su tutti i fronti. Mai nessuno s’era aggiudicato due campionati Europei di fila (con un Mondiale in mezzo) e mai nessuno aveva vinto una finale con un punteggio tanto clamoroso.
Nello stesso tempo l’Europeo appena concluso ha restituito dignità e credibilità al calcio italiano. Nonostante la debacle finale. L’Italia di Cesare Prandelli - giunta all’Europeo senza credito alcuno e accompagnata dalla triste eco del calcioscommese proprio come alla viglia del Mondiale del 2006 - ha espresso un calcio proficuo, spesso divertente ma soprattutto diverso rispetto alla stessa tradizione italica. Tanto  diverso  da avere approcciato la finale con i maestri spagnoli con piglio eccessivamente spregiudicato. Un eccesso di sicurezza che abbinato a una precaria condizione atletica è costato molto caro. Nel tentativo di ripetere le partite contro Inghilterra e Germania e pertanto di imporre il proprio gioco. Ma la Spagna è ben altra cosa e avere affrontato l’Italia nel girone eliminatorio rischiando di venirne battuto è stato molto utile a Del Bosque, le cui contromisure hanno bloccato le fonti del gioco azzurre e soprattutto limitato il raggio di azione di Andrea Pirlo. E così tutto è andato in tilt. Ieri Mario Balotelli, che era stato l’eroe della vittoria sulla Germania, non ha avuto spazi nei quali scatenare la propria potenza e Antonio Cassano non ha mai espresso il suo talento. Marchisio non s’è mai inserito e Montolivo non ha mai rifinito.
La differenza ieri sera non l’ha fatta solo la qualità individuale dei due schieramenti, ma soprattutto i sicronismi e le armonie con cui le due squadre hanno proposto la propria idea di calcio. In un solo modo forse (ma molto «forse») Cesare Prandelli avrebbe potuto ridurre, se non azzerare, il gap tecnico e tattico con gli spagnoli. Provando a non farli giocare, chiudendosi in difesa, picchiando sodo sui straordinari palleggiatori ispanici (memorabile ed emblematica la marcatura di Gentile su Maradona al Mondiale del 1982) e puntando sul contropiede. Sarebbe stato il modo più facile per approcciare la partita. In questo modo il Chelsea ha eliminato qualche settimana fa il Barcellona dalla Champions: in pratica rinunciando a giocare pur di imbrigliare gli avversari. Perchè nel calcio non sempre vincono i più bravi, spesso vincono i più furbi.
Del resto il gioco all’«italiana» è sempre stato sinonimo di «catenaccio» e contropiede. Quante volte abbiamo vinto in questo modo, cancellando col risultato prestazioni modeste e sparagnine. Non sappiamo se sia stata presunzione o rischio calcolato. Ma Prandelli ha percorso una strada diversa, forse ispirato dai frequenti pellegrinaggi notturni durante il ritiro polacco. Ha rischiato proponendo un calcio di rottura che aveva pagato contro Inghilterra e Germania ed ha accettato il confronto a viso aperto con gli spagnoli, da cui apertamente è stato travolto. Un brutto risveglio (l’Italia non aveva mai perso in questo Europeo) da cui imparare molte cose ma che non ridimensiona il lavoro del tecnico azzurro e che, come abbiamo detto, segna una svolta nella «visione» furura del calcio italiano. In attesa della maturazione di una generazione di campioncini che fa ben sperare. Non è arrivata la vittoria, la sconfitta in finale è stata netta oltre le previsioni, ma per una Nazionale che arrivata all’Europeo dai disastri del Sudafrica, per una squadra che Cesare Prandelli ha dovuto ricostruire in soli due anni sulle ceneri di una mentalità ormai obsoleta questo Europeo resterà una pietra miliare.
Una pietra miliare su cui costruire qualcosa di  diverso  anche e soprattutto sul piano dell’immagine. Parliamo pure di «rivoluzione culturale» che cancelli non solo un modo superato di fare calcio ma anche tutti gli scandali che l’Italia si porta regolarmente dietro alla vigilia di ogni competizione che conta.

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