Trattativa, le notifiche agli indagati senza la firma di Messineo

Il capo della procura di Palermo, in disaccordo sulle conclusioni dei suoi pm, non sottoscrive l’atto di chiusura dell’indagine

PALERMO. Alti ufficiali dell'Arma, storici boss di Cosa nostra ed esponenti divertici delle istituzioni: sarebbero i protagonisti della trattativa che, a partire dagli inizi del '92, pezzi dello Stato portarono avanti con la mafia.    
Nell'atto di chiusura dell'indagine sul "Patto" stretto coi boss la procura di Palermo ricostruisce un pezzo della storia italiana che va dagli anni della strategia stragista, cominciata con l'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima al periodo delle bombe del '93 e all'inizio dell'era Berlusconi. L'avviso di chiusura dell'inchiesta, notificato a 12 indagati, però, non porta la firma del capo della procura di Palermo Francesco Messineo e di uno dei pm, che in questi 4 anni hanno condotto l'inchiesta, Paolo Guido. Un'assenza, quella della sottoscrizione del procuratore, in corsa per la carica di procuratore generale, che evidenzia il disaccordo del capo dell'ufficio sulle conclusioni dei suoi pm.    
L'ex ministro Calogero Mannino, tra gli indagati, avrebbe un ruolo centrale nella trattativa: a cominciare dai primi mesi del '92 avrebbe preso informazioni dagli investigatori ''al fine di acquisire notizie dai boss ed aprire la trattativa con i vertici dell'organizzazione mafiosa, finalizzata a sollecitare richieste di Cosa nostra per far cessare la strategia stragista avviata con l'omicidio Lima" e che aveva lo stesso Mannino tra i possibili obiettivi.
Agli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, invece, i pm contestano l'avere preso contatti con esponenti mafiosi "agevolando l'instaurazione di un canale di comunicazione con i boss finalizzato a sollecitare eventuali richiesta di Cosa nostra per fare cessare le stragi".  
I capimafia Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella e Cinà sono accusati di avere minacciato rappresentanti del Corpo politico dello Stato "prospettando l'esecuzione di stragi e omicidi". Al senatore del Pdl Marcello Dell'Utri si contesta, invece, di avere assunto un ruolo di mediatore con i vertici di Cosa Nostra "agevolando il progredire della trattativa tra mafia e Stato". Nell'avviso di conclusione delle indagini si sottolinea anche il ruolo dell'ex capo della polizia Vincenzo Parisi e dell'ex numero 2 del Gap Francesco Di Maggio, entrambi deceduti: avrebbero concorso entrambi nel reato di violenza a Corpo politico dello Stato. Infine, mentre Massimo Ciancimino tramite reo confesso delle comunicazioni tra il padre Vito e Bernardo Provenzano, risponde di concorso in associazione mafiosa, all'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino si contesta la "menzogna di Stato": avrebbe detto il falso sui contatti tra il Ros e Ciancimino e sulla sostituzione al Viminale di Vincenzo Scotti "per assicurare l'impunità ad altri esponenti delle istituzioni".

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